I Buddhisti devono svegliarsi di fronte al problema della crisi ecologica

I buddhisti, dice David Loy, sono stati spesso lenti nell’aprire gli occhi davanti al problema del cambiamento climatico. Egli esamina alcuni insegnamenti buddhisti chiave per provare a capirne il perché. 

L’interesse verso l’eco-dharma – le implicazioni ecologiche derivanti dagli insegnamenti buddhisti – sta infine crescendo nei Sangha buddhisti, dopo anni di apparente indifferenza e poca discussione al riguardo. La crisi ambientale ha occupato i titoli principali delle notizie almeno dal 1992, quando il presidente Bush (padre), partecipando al Summit sulla Terra a Rio de Janeiro, fece la famosa dichiarazione: “lo stile di vita americano non è negoziabile”. Perché quindi i buddhisti hanno avuto bisogno di così tanto tempo per svegliarsi di fronte alla più grande sfida mai lanciata all’umanità?

Mi chiedo se questa loro risposta così esitante non indichi un’ambiguità che ha radici profonde nello stesso Buddhismo, un’ambiguità che ha bisogno di essere urgentemente chiarita: lo scopo della nostra pratica è quello di fuggire dal mondo o di armonizzarci con esso? O qualcos’altro?

L’indifferenza verso l’eco-dharma sembra riflettere un problema più vasto connesso al Buddhismo cosiddetto “socialmente impegnato” oggi esistente in Occidente.

Molti buddhisti americani oggi accettano che il servizio, come ad esempio insegnare il Dharma nelle carceri, lavorare negli hospice e aiutare i senzatetto, riveste una parte importante del proprio percorso. In altre parole, stiamo diventando migliori a estrarre dal fiume le persone che affogano, ma non nel chiederci perché o come mai così tante persone ci siano cadute. Chi o cosa si trova a monte del fiume e le sta gettando dentro? Quando osiamo chiedere perché così tanti sono i senza tetto nella nazione più ricca della storia, o perché mai così tanti languiscano in prigione, ecco che siamo tacciati di essere “radicals” o di sinistra. “Queste preoccupazioni”, si replica comunemente, “non hanno niente a che fare con il Buddhismo”.

Anche la crisi ecologica non ha niente a che fare con il Buddhismo? O forse tale disconnessione è dovuta a un nostro fraintendimento del Buddhismo? Il filosofo Slavoj Zizek ha argomentato che questa disconnessione riguarda generalmente il Buddhismo occidentale, che: 

“ti mette in grado di partecipare pienamente al ritmo frenetico del gioco capitalista mentre alimenta la percezione di non esservi realmente dentro; di essere ben consapevole dell’assenza di valore propria di questo spettacolo, ma che ciò che realmente conta è la pace del tuo sé interiore nel quale, come si sa, ti puoi sempre ritirare.” 

Vi è una qualche validità in questo punto di vista.

Nel trattare le sfide poste dal cambiamento climatico, buddhisti e non buddhisti tendono parimenti a concentrarsi sui cambiamenti del proprio stile di vita, come ad esempio le automobili elettriche, i pannelli solari sui tetti o mangiare meno carne. Per quanto questi aspetti siano importanti, non sono risposte sufficienti alla nostra situazione sempre più urgente.

Come Bill McKibben, il fondatore di 350.org, scrisse in un articolo sulla rivista Orion, se il 10 o anche il 15 per cento di noi facesseil possibile per ridurre la propria impronta in termini di emissione di carbonio, “la traiettoria del nostro orrore rimarrebbe pressoché la stessa”. Tuttavia, aggiunge, se solo il 10 per cento di noi lavorasse a fondoanche per cambiare il sistema, questo sarebbe più che abbastanza. Il problema non è solo personale, ma anche strutturale: il modo in cui le attuali istituzioni politiche ed economiche continuano a favorire i combustibili fossili e incoraggiare il consumismo generale.

Ma i temi istituzionali sono intimidatori: cosa possiamo fare io o voi nei confronti dell’industria dei combustibili fossili, delle banche o delle aziende d’investimento “troppo grandi per fallire”? Siamo tentati di negare o di ignorare questi aspetti della nostra situazione, nonostante gli insegnamenti buddhisti ci esortino ad affrontare la sofferenza, piuttosto che provare ad eluderla.

C’è qualcos’altro in questi insegnamenti che incoraggi il disimpegno ecologico? Se è così, allora forse l’eco-crisi è anche una crisi buddhista, in quanto invita le nostre tradizioni a chiarire i propri insegnamenti fondamentali, in modo da affrontare meglio un qualcosa che minaccia il futuro di noi tutti.

È lo stesso Buddhismo moderno che ha bisogno di svegliarsi?

Il Buddhismo è il sentiero del risveglio, ma cosa significa “risveglio”? Le diverse tradizioni buddhiste sembrano intenderlo diversamente, o perlomeno enfatizzarne aspetti differenti. Nel Canone Pali, il testo più antico che abbiamo, nibbanasignifica la fine delle rinascite nel samsara, e con essa la liberazione da questo mondo di sofferenza, brama e illusione. Nella misura in cui fuggiamoda tutto ciò individualmente, uno per uno, il mio benessere è, alla fin fine, distinto dal tuo benessere. Sì, io spero che anche tu ti risveglierai, ma comunque la mia illuminazione è separata dalla tua. Tale interpretazione dualistica del sentiero Buddhista non c’invita ad impegnarci nei problemi ecologici e sociali. Piuttosto, incoraggia la convinzione che non dovremmo perdere il nostro tempo cercando di riformare questo mondo insoddisfacente: dovremmo invece concentrarci nel trascenderlo.

Il Sutra del Cuore recita che la forma è vuoto, ma aggiunge subito che il vuoto non è altro che forma. E le forme – incluse gli esseri viventi e gli ecosistemi di questo mondo – soffrono. 

Photo by Andy Mai.

Quanto dovremmo interpretare in modo letterale “la fine delle rinascite”?

Nagarjuna, il fondatore della scuola Madhyamaka, notoriamente dichiarò:

“non vi è distinzione alcuna tra samsara e nirvana… Il limite del nirvana è il limite della vita di ogni giorno.” 

In altre parole, c’è solamente questo mondo, ma ci sono differenti modi di farne esperienza. Quindi la tradizione Mahayana enfatizza come l’illuminazione comporti la realizzazione della “vacuità” (shunyata) delle cose, inclusa quella di noi stessi. A seconda di come intendiamo questo aspetto, però, la nostra visione della vacuità potrebbe scoraggiare l’intenzione di occuparsidiquestioni sociali o ecologiche.

Il contributo di Joanna Macy al libro A Buddhist Response to the Climate Emergency (Una Risposta Buddhista all’Emergenza Climatica) si focalizza su alcune “trappole spirituali” che possono ostacolare il nostro impegno nel mondo. La prima riguarda ogni visione che svaluti il mondo rispetto a qualche “più alta” realtà spirituale. Macy critica la visione di un mondo fenomenico che sia una mera illusione: 

“Impermanente e fatto di materia, ha meno valore di un reame di puro spirito. Il suo dolore e gli oneri che pone su di noi sono meno reali dei piaceri e della tranquillità che possiamo trovare nel trascenderli.” 

Vedere il mondo fenomenico solo come un’illusione vuol dire dimorare in una vacuità scollegata dalle forme di questo mondo. “Secondo questa veduta”, dice Macy, “la libertà dalla sofferenza è ottenuta tramite il non-attaccamento al destino di tutti gli esseri, piuttosto che dal non attaccamento alle problematiche dell’ego”. Ma il Buddha non ha insegnato che non attaccamento vuol dire indifferenza per tutto ciò che accade nel mondo e al mondo.

Il Sutra del Cuore asserisce che la forma è vuoto, ma aggiunge immediatamente che il vuoto non è altro che forma.

E le forme – inclusi gli esseri viventi e gli ecosistemi di questo mondo – soffrono.

Altre trappole spirituali sono più mondane. Dato che molti buddhisti moderni non sono attratti dal tradizionale obiettivo asiatico della cessazione delle rinascite, il sentiero viene qualche volta inteso come un programma di sviluppo psicologico che ci aiuti a lasciare andare le emozioni afflittive e a risolvere problemi personali.

Attualmente, vi sono forme innovative di psicoterapia d’ispirazione buddhista che forniscono nuove prospettive in tema di benessere psicologico, insieme a pratiche che lo promuovono riducendo, qui e ora, i tre veleni – avidità, odio, e illusione. Vi è molto di apprezzabile in questo nuovo sviluppo, che consente di ridurre la dukkha. Cionondimeno sussiste una difficoltà nel ritenere che tutti i problemi siano dovuti al modo in cui la mente funziona: la soluzione, allora, consisterebbe semplicemente nel cambiare la mente, piuttosto che cambiare il sistema.

Mentre buona parte del Buddhismo tradizionale si occupa del trascendere (in un modo o nell’altro) questo mondo insoddisfacente, buona parte del Buddhismo moderno è invece interessato al come adattarsial meglio ad esso. Nel primo caso, il problema è il mondo in quanto luogo di sofferenza mentre, nell’altro, il problema risiede nella propria mente. Si tratta di prospettive differenti lungoil sentiero, ma entrambe possono avere l’effetto di svilire l’impegno ecologico e sociale. In modi diversi, ciascuna si rassegna a come il mondo è – o sembra essere – e non è quindi interessata a riformarlo.

Non è sorprendente, quindi, che entrambe le prospettive offrano la stessa “soluzione” alla crisi ecologica.

Quando la nostra attenzione è rivolta a ciò che sta accadendo – al fatto che i nostri ecosistemi si stanno deteriorando rapidamente e che la nostra risposta collettiva rimane dolorosamente inadeguata – possiamo sempre sederci sui nostri cuscini e meditare, o forse cantare, e dopo un po’ sentirci meglio perché abbiamo lasciato andare il nostro disagio nei confronti di quanto sta succedendo alla Terra.

Per fortuna c’è un altro modo d’intendere il sentiero Buddhista: è ciò che riguarda il decostruire e ricostruire il sé – o meglio, il rapporto tra il proprio senso del sé e il mondo. Ricostruire comporta il cambiare le nostre motivazioni, che rappresenta la chiave per comprendere l’insegnamento innovativo del Buddha circa il karma; egli enfatizzò le intenzioni, perché i problemi sorgono spontaneamente quando siamo motivati da avidità, odio e illusione.

Tuttavia, trasformare le motivazioni non è sufficiente – la radice dei nostri problemi si trova nel senso del sé che necessita di essere decostruito.

Poiché il sé è un costrutto psicologico-sociale, un aggregato di processi impermanenti, è intrinsecamente insicuro e ansioso fintanto che si percepisce separato dal resto del mondo. Di solito facciamo esperienza di questa insicurezza percependo un senso di mancanza, che niente dall’esterno potrà mai colmare. Le pratiche di meditazione possono risolvere la forte sensazione che “qualcosa non va in me” rivelandoci la nostra interconnessione con il mondo.

Queste trasformazioni non richiedono che si trascenda il mondo. Piuttosto, che si giunga a farne esperienza in modo diverso, proprio come implica l’asserzione di Nagarjuna. C’è un’altra importante implicazione, che ci riporta alla sfida dell’impegno ecologico e sociale. Mentre iniziamo a risvegliarci e a realizzare che non siamo separati gli uni dagli altri o dalla Terra, iniziamo anche a vedere che le nostre modalità di convivenza e di relazione con l’ambiente hanno bisogno di essere ricostruiti così da diventare più sostenibili e socialmente giusti.

Il Buddhismo fornisce un meraviglioso archetipo in grado di portare una trasformazione sia di carattere individuale sia sociale: il Bodhisattva.

I Bodhisattva adottano una duplice pratica: mentre decostruiscono e ricostruiscono se stessi, lavorano altresì per il cambiamento sociale ed ecologico. In realtà, si tratta di due facce della stessa pratica. Quando cominciamo a vedere oltre l’illusione della nostra separazione, le nostre abitudini così profondamente radicate e auto-centrate non scompaiono immediatamente. È necessario sviluppare degli stili di vita più compassionevoli e meno autocentrati, ma come? Dedicando noi stessi al benessere altrui, compresa la salute degli ecosistemi della Terra. Tali preoccupazioni non costituiscono distrazioni dalla nostra pratica personale, ma bensì manifestazioni più profonde della stessa.

I Bodhisattva sono capaci di agire nel mondo con equanimità poiché non sono attaccati ai frutti delle loro azioni, che non è lo stesso del provare distacco dallo stato del mondo. Il non attaccamento è essenziale nei confronti degli inevitabili arretramenti e delle frustrazioni insite nell’attivismo. Ciò non significa essere indifferenti circa i risultati dei propri sforzi. Data l’urgenza delle sfide, lavoriamo il più duramente possibile. Quando i nostri sforzi non sortiscono frutti nei modi da noi sperati, può nascere qualche naturale disappunto nel quale, tuttavia, non rimaniamo bloccati: il non attaccamento ci permette di proseguire nonostante la disperazione.

I nostri sforzi saranno vani? Abbiamo già oltrepassato il punto critico ecologico? Non lo sappiamo, ma anziché essere sopraffatti dall’ignoto, i Bodhisattva abbracciano “la mente che non sa”, perché il compito del Bodhisattva è quello di fare del proprio meglio ignorando quelle che saranno le conseguenze.

Data l’urgenza delle sfide sociali ed ecologiche poste oggi davanti a noi, non siamo forse tutti chiamati a diventare dei Bodhisattva?

Articolo uscito su Lion’s Roar il 21 aprile 2020

David Loy

David Loy è uno studente e un maestro Zen della tradizione Sanbo. Il suo ultimo libro è A New Buddhist Path: Enlightenment, Evolution, and Ethics in the Modern World; inoltre, è tra i curatori di A Buddhist Response to the Climate Emergency.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su