Le Cinque Grandi Paure

Non possiamo sfuggire a questa verità: il 2020 è stato un anno di grandi paure. La minaccia di malattia e morte è stata onnipresente. Tante persone hanno perso il loro lavoro o lo temevano ogni istante. Ma cos’è la paura? Di cosa siamo spaventati? Guardando le “Cinque Grandi Paure”, il maestro Zen Lewis Richmond ci chiede di contemplare la paura stessa.

Nello Zen si dice: “la vita e la morte sono i grandi argomenti”. Questa è una specie di esortazione per prendere la pratica spirituale sul serio. Come diceva il mio maestro, però, “non essere troppo serio”. C’è un piccolo ego nell’essere troppo serio. In ogni caso, vita e morte sono le due facce della stessa medaglia. Sorgono insieme. Ed è questa la visione buddhista. E così la paura di morire è anche la paura di vivere. La paura sorge nei confronti di entrambi i casi.

Quindi, cos’è questa paura? Di cosa siamo spaventati?

La paura è la reazione di protezione dell’ego. L’ego vuole mantenere, possedere e non lasciar andare. Nei Sutra, ciò viene a volta descritto come il “pugno chiuso forte”. L’ego ha paura che, a meno che non si aggrappi a ciò che ha, non otterrà ciò di cui ha bisogno. “Almeno ho questo”, pensa. “Meglio tener stretto quello che ho che tentare la fortuna lasciando andare”.

L’ego teme la morte, ma ciò contagia anche la vita

Perciò una cosa che piace veramente all’ego è afferrarsi alla vita – essere, esistere, respirare. È come una battuta del film Chinatown:

“Mi piace il mio naso. Mi piace respirarci”.

Jack Nicholson, dopo essere stato colpito al naso da un cattivo

E ciò va bene fino a questo punto – dobbiamo prendere le giuste precauzioni – ma una vita all’interno di un pugno serrato è una vita abbastanza soffocata.

Una vita vissuta pienamente – una vita senza paura – non è una vita del pugno serrato, bensì della mano aperta. Se vedi una statua del Buddha con la mano aperta e tesa, è perché rappresenta l’intrepidezza e la generosità. Un koan dello Zen dice: “Se hai un bastone, ti darò un bastone. Se non hai un bastone, te lo tolgo”. Il bastone di vita e morte, cose di vita e morte. L’assistente di un’infermiera, un uomo che era cintura nera dello Judo una volta mi disse, quando stavo a letto guarendo da una malattia mortale, “niente paura, niente paura”.

La morte e le cinque grandi paure

Terra dell’ossario

Le cinque grandi paure del Buddhismo sono morte, malattia, paura di perdere la mente, paura di perdere la sussistenza e la paura di parlare in pubblico. Credo che la ragione per cui il Buddhismo parli di “grandi” paure è perché ognuna di queste cinque mobilita la piena risposta del nostro sistema nervoso alle grandi minacce (è per quello che la paura di parlare in pubblico è compresa nella lista). Oggi parlerò della prima paura, la paura della morte.

Per la maggior parte di noi che non è ammalata o eccessivamente nevrotica, la paura di morte pare distante e teorica. È solo quando stiamo per attraversare la strada o facendo bunjee jumping che la nostra antica neurologia travolge tutti i pensieri razionali e ci inonda di panico.

In realtà, la morte è sempre presente; essa abita al confine fra sé ed ego e definisce la nostra vita. Siamo vivi perché non siamo morti; nonostante la nostra quotidiana vita sia riempita dello zibaldone mentale di pensieri, sentimenti e piani, su un altro livello abbiamo questo sistema di vigilanza che sempre guarda verso l’esterno per minacce esistenziali.

Il Buddhismo comprende che, dal punto di vista dell’ego, la prospettiva della morte è letteralmente inconcepibile. L’ego non può immaginare essere morto.

Con l’invecchiamento questo sistema di vigilanza cambia. In aggiunto al monitorare istante per istante le minacce come una macchina che sopraggiunge o un corrimano mal fissato, il nostro scanner di minacce comincia a intuire una nuvola nera, distante ma in avvicinamento – l’imminente fine, l’ultima linea di confine. Spesso è la morte improvvisa di un nostro caro che ce lo ricorda, o la frequenza di visite in ospedale e funerali che lentamente aumenta come un tamburo nella giungla.

L’approccio buddhista a tutto ciò è piuttosto pratico, in realtà. Il Buddhismo comprende che dal punto di vista dell’ego la prospettiva della morte è letteralmente inconcepibile. L’ego non può immaginare di essere morto. Non ha nessun punto di riferimento per la morte. Ma c’è un altro aspetto della consapevolezza che non solo può comprendere la morte ma la conosce già. C’è un modo di dire della tradizione Zen: “La nascita e la morte sono la cosa più importante.” Ed è proprio lì dove si radica la pratica buddhista.

La malattia

Terapia intensiva

La seconda delle cinque grandi paure nel Buddhismo è la paura delle malattie. Nei tempi del Buddha e per la maggior parte della storia umana, fino a poco tempo fa, questa era difatti una paura tremenda. Le malattie erano ovunque.

Neonati e piccoli bambini come pure adulti morivano regolarmente di colera, difterite, influenza, vaiolo ed altre infezioni che oggi si possono curare e controllare. Come dimentichiamo velocemente che la penicillina – e tutti gli antibiotici a seguire – fu scoperta solo poco più di cent’anni fa.  Negli Stati Uniti ed altre nazioni industrializzate dove le persone hanno accesso alle cure mediche viviamo in una bolla di apparente sicurezza.

La malattia era una maestra severa ma oggi, guardando indietro, so che la malattia mi ha portato dei doni, non per ultimo la libertà dall’averne paura.

Dico apparente perché la paura della malattia è profonda e mai lontana dalla superficie. In termini di Dharma, la paura della malattia come la paura della morte è radicata nel nostro ego identificatosi nel nostro corpo e la costante e basilare vigilanza circa le relative minacce, impressa nel nostro sistema nervoso. Alcune pratiche buddhiste nei monasteri – il duro trattamento del corpo, una dieta povera e esposizione al caldo e freddo, poco riposo – sono volte a tagliare l’identificazione con il corpo perché possiamo vedere una realtà più profonda del nostro ego. Una siffatta pratica è possibile per i giovani e forti ma oggigiorno persone di tutte le età e condizioni – compreso quelli con malattie croniche – vogliono praticare il Dharma. Dobbiamo trovare altre vie.

Sono stato ammalato molto nella mia vita. Posso contare dieci anni della mia vita in cui o stavo combattendo una malattia letale o ero debole durante la convalescenza. La malattia era la pratica centrale della mia vita. Non avevo altra scelta; dovevo affrontarla. Durante tutte le mie malattie – cancro, lesioni al collo- encefalite – avrei potuto pensare, “Darei tutto per non essere così”. Ma ero così e non c’era scelta La malattia era una maestra severa ma oggi, guadando indietro, so che la malattia mi ha portato dei doni, non per ultimo una libertà dall’averne paura. Se sei passato per il peggio niente è peggiore in confronto. L’ego è un tantino liberato dalle sue ansietà.

In un brano di “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut, i prigionieri di guerra stavano marciando nella desolazione dell’inverno. Ognuno aveva i geloni, stava tremando, miserabile. Di tanto in tanto uno cadeva, morto, ma le guardie tedesche ovviamente spingevano il resto a continuare. Uno dei prigionieri continuava a esultare gli altri con la sua litania: “Freddo, non è freddo. Troy, New York, l’inverno del ’36, quello era freddo”.

Lui continuava a ripeterlo con una voce esultante, cercando di distrarre gli altri dalle loro sofferenze – fino al momento in cui lui cade, morto. La sua litania, ho pensato spesso, era un tipo di mantra contro la paura. Sapeva di Troy, New York, inverno del ’36. Era addestrato.

La demenza

Che argomento deprimente! Chi vuole pensare o parlare di demenza, Alzheimer, perdere la propria mente? Eppure ciò è la terza paura nell’insegnamento buddhista, così chiaramente che gli antichi Buddhisti ne volevano parlare. Sapevano che la migliore via per trasformare e dissolvere la paura è proprio affrontarla. Bene, oggi vorrei provare una cosa che sembra impossibile – trovare un modo di parlarne positivo, edificante e incoraggiante.

Allora, cominciamo dall’essere onesti: praticamente tutti oltre una certa età conoscono qualcuno che ha demenza (forse un parente) oppure è preoccupato di esserne afflitto o entrambi. Ed è proprio il nuovo tema tabù, sostituendo sesso e soldi. Prova a menzionarlo durante una festa e vedi fino a che punto puoi andare. Possiamo anche indicare l’ovvio lato positivo: fino a poco tempo fa la maggior parte degli umani non vivevano abbastanza per contrarre la demenza; questa malattia è quindi un sottoprodotto dei doni di longevità della medicina moderna. Dubito però che qualcuno possa essere confortato da questo fatto.

Ho detto prima che l’ego non riesce a concepire la morte. Ma riesce a concepire la perdita di controllo, la perdita delle abilità, testimoniare la propria lenta dissoluzione. Per tante persone, questa prospettiva è più terrificante della morte, precisamente non solo perché lo possiamo concepire ma perché possiamo osservare che devastante tributo lo impone su altre persone e famiglie.

Le facoltà sensoriali e processi mentali sono danneggiati ma la sottostante natura del Buddha non cambia.

Questa paura quindi è un grande kahuna (ndt: hawaiiano per maestro spirituale), per dire. Ma fino al giorno in cui ricevi la diagnosi, cos’è questa paura, veramente? Non è altro che un tipo di pensiero, qualcosa che potrebbe essere – potrebbe verificarsi, potrebbe capitare – terribile se reale ma non è reale ora. Che insegnamento! La lezione di tutti gli insegnamenti buddhisti, veramente, è che quello che pensiamo sia reale è solo una costruzione fatta di pezzi e frammenti della memoria, percezioni sensoriali ed emozioni – i rifiuti galleggianti di corpo e mente, ciò che il Buddhismo chiama i cinque skandha o cumuli. Vedi chiaro attraverso questa fabbricazione e la liberazione sorge.

Certamente, cose terribili possono capitare a noi, in ogni istante. Cose terribili stanno accadendo in questo momento, dappertutto. Se vuoi spaventare te stesso, fai una lista mentale di questi orrori, la ripassi un paio di volte fino a quando pulsa il tuo cuore e preparati per una notte insonne. Se vuoi metterci un po’ di spazio intorno a queste paure, ecco un insegnamento di Thrangu Rinpoche impartito quando gli chiesero direttamente cosa succede alla pratica e saggezza se uno ha Alzheimer.

“Le facoltà sensoriali e processi mentali sono danneggiati ma la sottostante natura del Buddha non cambia.”

Queste parole forniscono un forte indizio su cosa potrebbe essere la natura del Buddha e quali sono le loro qualità. Una di loro, secondo gli insegnamenti, è la luminosità.

Non so di essere riuscito a rendere questo argomento edificante ma sono riuscito a scrivere dell’indicibile e sono sempre qui. Spero anche voi!

La perdita di sussistenza

La quarta “grande paura” dell’insegnamento buddista è la “paura di perdere i mezzi di sussistenza”. È interessante che questa dottrina sia stata formulata dai monaci che vivevano una vita di mendicità e povertà volontaria. Si potrebbe pensare che il voto di povertà avrebbe liberato i monaci dall’ansia ordinaria di guadagnarsi da vivere, ma ovviamente i monaci e le monache dipendevano completamente da ciò che veniva messo nella loro ciotola per l’elemosina dagli abitanti dei villaggi locali. Se non fosse stato messo nulla, quel giorno non ci sarebbe stato alcun pasto. La paura di non essere nutriti o che i nostri bisogni materiali siano presi in considerazione è profondamente umana, e non solo umana. Ogni creatura vive con questa paura. È basilare.

Ciò che il buddismo ci insegna è che aggrapparsi a qualsiasi cosa come “base” crea anche una base di ansia.

Tutti noi abbiamo appena attraversato un periodo di tale ansia. Milioni di persone hanno perso il lavoro. I risparmi di una vita di molte persone si sono esauriti e non si sono ancora stati completamente recuperati. Il Buddhismo ha ragione; questa paura è una paura “grande”. Ci impedisce di dormire la notte. Provoca attacchi di panico e depressione. Ci induce a bere o drogarsi e mina relazioni e matrimoni. Anche per persone altrimenti sane, questo è grosso. Cosa ha da offrirci la pratica buddhista, specialmente se siamo più anziani e non siamo in grado di immaginare di ricominciare da capo e di recuperare ciò che abbiamo perso?

Prima di tutto, è solo tra la classe media ed oltre in America che possiamo regolarmente assumere molta sicurezza finanziaria o materiale. La maggior parte delle persone nel mondo oggi non ha una tale sicurezza, e in alcune parti del mondo le persone sono come i monaci buddhisti di un tempo: non sanno mai da un giorno all’altro se avranno abbastanza cibo per se stessi o per i loro figli. Perciò, qui la maggior parte delle persone (non tutte) parte da una base di bisogni ragionevolmente soddisfatta.

Il Buddhismo ci insegna che aggrapparsi a qualsiasi cosa come “base” (che sia il nostro corpo fisico, cibo, denaro o una casa) crea anche una base di ansia. La sofferenza è causata dall’attaccamento: questo è l’insegnamento fondamentale. Bene, diciamo, ora che ho perso la mia casa lo so. Cos’altro hai per me?

Ciò che il Buddhismo ha per noi è il lato positivo del cambiamento continuo: la possibilità che le cose possano cambiare in meglio. Anche quando siamo vecchi, anche quando siamo malati, anche quando la nostra vita è un mare di perdite che si aggravano, c’è sempre questo momento successivo, questo prossimo respiro. Questo è il principio di “ogni respiro, nuove possibilità”.

Questo piaceva dire a uno dei miei primi insegnanti Zen. Come ho detto prima, questo è il “lato positivo” del fatto che tutto cambia. Uno dei tratti distintivi degli stati mentali negativi come tristezza, dolore o depressione è la convinzione che è così, niente cambierà mai in meglio. Questa è la “spirale di morte” o ciclo di feedback che manda le persone sempre più in profondità dello sconforto. Durante una delle mie malattie l’ho sperimentato e posso testimoniare l’incredibile certezza con cui la mia mente vedeva la mia condizione come inalterabile e permanente. A un certo punto, mia moglie mi ha ripetuto più e più volte: “Questo è temporaneo!”

Ricordo di aver pensato: “Oh, bene. Lo dice solo per tirarmi su di morale. Non è buono, io lo so meglio.”

Ovviamente aveva ragione. E quando sono migliorato e ho guardato indietro, il mio stato d’animo durante quel periodo buio ora sembrava folle. Ma la visione buddhista dei nostri stati mentali ordinari, confusi ed emotivi, è che in un certo senso sono tutti folli. La convinzione che qualcosa durerà, o rimarrà la stessa, o non cambierà mai, è piuttosto folle e per niente in accordo con la realtà. Ma ci ostiniamo a pensare in questo modo perché ci aggrappiamo a tutto ciò che abbiamo, anche se è una minuscola fenditura nella roccia della nostra sofferenza.

Paura di perdere i mezzi di sussistenza: non c’è modo di aggirare il fatto che per molte persone la perdita del lavoro, della casa o dei risparmi di una vita sia davvero irrevocabile e forse per il resto della loro vita non sia possibile recuperare quelle cose. In questo senso è come avere una gamba amputata: non torna mai indietro. Ma ovviamente, gli amputati imparano ad adattarsi, cambiare e andare avanti, e molto spesso si rianimano per condurre una vita piena e impegnata. Quando il Buddhismo insegna che le cose possono cambiare e spesso cambiano in meglio, non è necessariamente il “meglio” che immaginiamo. In effetti, non è per niente “meglio” – in riferimento ad uno stato precedente. È proprio qualcos’altro, qualcosa di nuovo, la prossima cosa.

Ogni respiro, nuove possibilità. Ma ce ne accorgiamo? Questo è il trucco.

Il Parlare in pubblico

L’ultima delle cinque grandi paure del Buddhismo è, stranamente, la “paura di parlare in pubblico”. Le altre quattro – paura della morte, paura della malattia, paura della demenza e paura della perdita dei mezzi di sussistenza – sono paure così evidenti che è curioso che la paura di parlare in pubblico sia inclusa in esse.

Certamente, coloro che hanno questa paura possono riferire che è paralizzante, simile a un attacco di panico. Una persona che conosco che ha avuto questa paura ha detto, con calma, che preferirebbe tagliarsi la gola piuttosto che parlare davanti a un pubblico.

Il panico è il vero volto dell’ego, spogliato da tutta la copertura civilizzata.

Ci sono pochi insegnamenti e analisi nei testi buddhisti su questa paura, quindi posso solo immaginarlo. Certamente, i monaci avevano occasione di parlare davanti alla folla – faceva parte del modo in cui si sostenevano – chiaramente questo particolare tipo di paura del palcoscenico era ben noto nel mondo antico. In realtà penso che questa quinta paura sia indicativa delle altre quattro. Tutte e cinque le grandi paure mobilitano il meccanismo di “allarme rosso” del nostro sistema nervoso: il battito cardiaco accelerato, la mancanza di respiro, la sensazione opprimente di essere fuori controllo. E cos’è questo meccanismo di “allarme rosso”? È l’ultima strategia di sopravvivenza dell’organismo, l’ultima difesa dell’ego. È la faccia del panico.

Trungpa Rinpoce era noto per ammirare il panico come un modo estremamente creativo per rompere i legami all’ego. Vorrei avere la citazione esatta, ma era qualcosa del genere. Il panico è il vero volto dell’ego, spogliato da tutta la copertura civilizzata. Questo non vuol dire che le persone risvegliate non possano provare il panico. Suzuki Roshi, la mia insegnante, ha scritto in modo eloquente della sua esperienza di panico di quasi annegamento. Ha apprezzato l’esperienza e ha sentito che ha contribuito ad approfondire la sua pratica.

Non consiglio il panico come un nuovo tipo di esperienza spirituale, ma penso che queste cinque grandi paure riguardano il panico e ciò che se ne può imparare. La lezione più importante è che il panico è qualcosa che possiamo superare. Raramente le persone muoiono davvero di panico, sebbene il pensiero di morire, letteralmente o figurativamente, sia ciò che causa il panico. Una volta, a causa di una malattia neurologica, fui preso dal panico per una parte della giornata per quasi un anno. Non poteva andare peggio. Ma stranamente, ora che sono guarito, non mi sembra di avere paura delle cose come una volta. Non posso affermare che ciò sia dovuto a una grande saggezza emergente, tanto quanto alla lunga familiarità con il panico. Come mi ha detto uno dei miei dottori: “Sei stato sulla vetta dell’ansia. In un certo senso si è esaurita”.

Per inciso, per coloro che effettivamente soffrono di paura di parlare in pubblico, i beta-bloccanti sono un buon rimedio medicinale. E mi è stato detto che è una delle fobie più facili da curare attraverso la desensibilizzazione. Non c’è bisogno di tagliarti la gola – non su quello o su qualsiasi altra cosa, davvero. La vita stessa è già abbastanza difficile anche senza quel livello di dramma.

Chikudo Lewis Richmond

Chikudo Lewis Richmond è un discepolo ordinato e detentore di lignaggio del Maestro Zen Shunryu Suzuki. Conduce il Centro Zen Vimala Sangha a Mill Valley, California ed è autore di quattro libri: Work as a Spiritual Practice, Healing Lazarus, A Whole Life’s Work, and Aging as a Spiritual Practice

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