Il nostro mondo nella Ruota della Vita

Una critica sociale ispirata dalla cosmologia buddhista

Considerate le minacce costituite dal collasso ecologico, dal nazionalismo razzista bianco, dal militarismo, nonché dall’indifferenza del capitalismo aziendale, è comprensibile come possa sorgere il pensiero che questa fase storica abbia un carattere cruciale. Queste minacce sono reali, sono la nostra versione moderna dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Messe insieme, costituiscono una minaccia che è unica nell’evoluzione degli esseri viventi. Ci sorge la paura relativamente al pensiero che stiamo commettendo un suicidio collettivo e che possa essere già troppo tardi per intervenire.

Ovviamente, l’ansia apocalittica non è nulla di nuovo. Usando una terminologia esistenzialista, siamo “esseri-verso-la-morte”, creature nate dal terrore. Nel romanzo di Nathanael West del 1939, Il giorno della Locusta, l’artista-protagonista Tod Hackett riflette sul significato di un dipinto che ha in mente, “L’incendio di Los Angeles”:

“Si chiese se non stava esagerando l’importanza delle persone che venivano in California per morire. Forse non erano disperate al punto tale da incendiare un’intera città e tantomeno un intero paese. Forse erano soltanto una cernita della follia Americana e in nessun modo tipici rappresentanti del resto del paese.”

Ma poi Tod ci ripensa:

“Cambiò ‘una cernita della follia americana’ in ‘la crema dell’America’ e si sentì quasi certo che il latte da cui questa crema era stata scremata era altrettanto carico di violenza. Gli abitanti di Los Angeles sarebbero stati i primi, ma i loro consimili in tutto il paese li avrebbero presto imitati. Ci sarebbe stata la guerra civile.”

Il dipinto di Hackett è la descrizione di un paese in fiamme e al di là di questo, del mondo intero. È una visione che oggi ci parla – mentre soffochiamo nel fumo di 12 milioni di acri in fiamme in Australia, con i teneri koala che cadono morti dagli alberi di eucalipto – non come una visione del futuro ma come una realtà. (“Questo incendio sta succedendo anche a te, compare!”). Dato che questa è la nostra nuova condizione comune, l’aggrapparci alle nostre vite sull’orlo di qualsiasi continente in cui ci troviamo a esistere, è possibile essere troppo radicali? Troppo vicini alla radix, alla radice?

Beirut, "tutto distrutto, un'apocalisse" / Mondo / Home - La Vita del  Popolo di Treviso
Beirut 2020

Il critico letterario Frank Kermode ha successivamente affermato che composizioni artistiche come Il giorno della Locusta sono il risultato di un’immaginazione apocalittica. Nel suo libro Il senso della Fine, Kermode sostiene che, mentre l’apocalisse può avere una sua utilità nei romanzi (che necessitano di un inizio, un intermezzo e una fine), essa non deve venire confusa con la realtà: ne è testimonianza la lunga storia delle sette della fine del mondo, con le loro profezie fallite.

Sfortunatamente, le nostre attuali crisi politiche e ambientali ci danno motivo per rimettere in discussione le conclusioni di Kermode riguardo alla “fine”. Piuttosto che un puro vaneggiamento religioso, facilmente smontato dall’evidenza scientifica o semplicemente una cosa su cui riderci sopra, la nostra sensazione che la biosfera stia morendo porta l’imprimatur della scienza. E in effetti la scienza dovrebbe ben comprendere la crisi della nostra vita, visto che ha giocato un ruolo chiave nel creare esattamente questa crisi. Dove è il mea culpa? Se la scienza e la tecnologia volessero fermare il cambiamento climatico, potrebbero farlo domani stesso, smettendo di aiutare o spalleggiare i tecnocrati e i plutocrati. Senza questa rivolta fondamentale, la scienza è ciò che il giornalista Chris Hedges ha chiamato: “l’ancella della barbarie”.

Forse la conclusione di Kermode che il Giorno del Giudizio sia un puro strumento letterario sarebbe stata vera finché non fosse stato dimostrato il contrario, forse ci è voluto un secolo affinché la visione di Nathanael West fosse non un dipinto, né un romanzo con un finale, né una nevrosi religiosa, ma un semplice fatto: che il mondo sta andando a fuoco. Perché forse dovremmo comprendere la nostra situazione presente in questo stesso semplice modo, come il romanziere americano Henry James, che pare abbia pronunciato queste parole al momento della sua imminente morte: “Ecco qui, alla fine, questa eminente cosa”. E, forse, la catastrofe climatica è il “Ding an sich” della morte: è la morte della morte, non c’è più nessuno rimasto a morire.

Ding An Sich - A hollow Image Of Fulfilled Desire We all need to work more  with the dark side of our nature because there is all the passion and the  energy,
Se il mondo non dovesse essere in questo modo, non lo sarebbe

Eppure, come ben sappiamo, c’è un sacco di gente che pensa che l’emergenza climatica sia una bufala, una cospirazione, qualcosa che viene ordito a sinistra dal deep state. I nostri scettici del clima sostengono che se non fosse per gli estremisti dell’ecologismo, vedremmo chiaramente che tutto è come sempre…o addirittura meglio che mai. “Ci sono sempre stati gli incendi e siamo sempre sopravvissuti, quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi” ci rassicurano, “il sole sorgerà anche domani”.

Ci sono anche alcuni scienziati che condividono questo ottimismo. Lo psicologo evolutivo Steven Pinker afferma in Enlightenment Now che noi tutti “brontoliamo, ci lamentiamo, piagnucoliamo, abbiamo da ridire e mugugniamo” in merito al monto intero”. Per Pinker, questo brontolare non ha senso, visto “quanto meraviglioso è diventato il nostro mondo”. È difficile non ricordarsi della felice insistenza di Pangloss nel Candido di Voltaire sul fatto che tutto viene fatto per il meglio in questo mondo che è il migliore di tutti i mondi possibili.

Ma per una crescente maggioranza di noi, è sempre più difficile pensare che “è sempre stato così” o darci alla pazza gioia come Pinker e Pangloss. Le promesse degli scettici climatici sono un serio pericolo se quello che implicano è che non abbiamo bisogno di fare nulla, né ci sia necessità di alcun intervento per limitare o fermare la nostra autodistruzione.

Tuttavia, c’è una maniera molto differente di pensare “è sempre stato così”. Questa “maniera alternativa” offre una descrizione della condizione umana e fornisce una spiegazione delle nostre attuali ansie esistenziale; può addirittura suggerire una via d’uscita.

Ho letto molti testi di e sul Dharma buddhista per 30 anni senza mai veramente considerarmi buddhista. Era più un atteggiamento del tipo “Sono buddhista, qualsiasi cosa questo significhi”. Continuo a non capire cosa significhi. Ma ho sempre trovato gli insegnamenti buddhisti incredibilmente intelligenti e illuminanti nel senso che la loro intenzione è semplicemente quella di essere fedeli “ai fatti evidenti”. Ciò significa che ci dicono la verità, per quanto spiacevole possa essere. Si interessano non di quello che dovrebbe essere, ma di ciò che è. Citando le parole del maestro della tradizione Monaci della Foresta Ajahn Chah:

Se il mondo non dovesse essere in questo modo, non lo sarebbe

Il Buddhismo ci insegna verità molto scomode soprattutto perché pensa che dovremmo conoscerle, specialmente se vogliamo trovare un mondo per combattere dukkha, la sofferenza, che al giorno d’oggi deve includere anche la dukkha ultima, ovvero la prospettiva di estinzione per tutti gli esseri senzienti, dai molluschi lessati nelle acque calde degli oceani agli orsi polari emaciati nella loro sopravvivenza a base di quello che riescono a trovare nei bidoni dell’immondizia. Un’immagine particolarmente potente di dukkha è la Ruota della Vita. È un’immagine della totalità della vita umana e si trova spesso sulle mura esterne dei templi buddhisti in Tibet per il beneficio dei visitatori non educati ai rigori della dottrina buddhista (o, potrei aggiungere riferendomi a me stesso, per il beneficio dei dilettanti del Dharma).

Bhavacakra
Il Bhavacakra – La Ruota della Vita

La Ruota della Vita, Bhavacakra in sanscrito, è molto densa dal punto di vista iconografico. Ci sono molte cose che perlopiù sono indecifrabili per i non buddhisti. Ci sono molte parti in movimento, ruote concentriche. Il movimento della ruota inizia con la ruota al centro, che rappresenta i tre veleni – avversione, attaccamento e ignoranza. Alcuni commentatori buddhisti ritengono che avversione e attaccamento siano soltanto aspetti dell’ignoranza e che quindi sia quest’ultima la forza motrice della Ruota – come il nocciolo di un reattore nucleare.

Nell’era di Trump, l’ignoranza è evidente, davanti ai nostri occhi, come se fosse una virtù, cosa di cui il nostro ignaro presidente è evidentemente convinto. È orgoglioso di “pensare con la pancia”, che è come dire che pensa attraverso i suoi appetiti. Al contrario del Partito degli Ignari, un partito originariamente nativista fondato intorno al 1850, gli ignari del giorno d’oggi sostengono di essere il partito dei saputi, un partito guidato da un “vero genio”.

Ma ciò su cui voglio portare l’attenzione è la ruota concentrica che mostra il cerchio dei sei reami, che sono rappresentati come sei spicchi di una torta intorno al centro. Una maniera di comprendere i sei reami è che siano stati in cui viviamo e in cui rinasciamo. Una maniera alternativa di comprenderli è che essi rappresentino tendenze psicologiche che, nella loro totalità, descrivono il come ed il perché le cose sono come sono. Ma quello che più mi stupisce della Ruota è la precisione con cui i sei reami rappresentano la disfunzionalità del nostro mondo, la nostra società, al giorno d’oggi.

Nella parte alta della ruota c’è il reame degli dèi. Questa è una categoria di esseri molto rara – potremmo considerarla l’un percento – che si tengono a distanza dalla sofferenza altrui. Queste sono quelle persone, come il primo presidente Bush, che restano perplesse di fronte ad un codice a barre. Non hanno idea di come fare la spesa o cucinare qualcosa. In uno spettacolo di parodia su internet, In cucina con Paris, Paris Hilton tiene in mano un mestolo e dice: “non ho idea di cosa sia”. Paris si sta forse facendo gioco della propria classe sociale, ma di certo questo non implica che pensi che dovrebbe sapere cosa è un mestolo. È un po’ come il vecchio detto della nobiltà francese: “Per quanto riguarda la vita, è una cosa di cui si occuperanno i nostri servi per noi”.

I tre veleni
I tre veleni mentali: l’ignoranza – maiale, l’attaccamento – gallo, l’avversione – serpente

Scendendo verso destra c’è il reame dei semidèi, creature che sono invidiose degli dei e spesso lottano contro di loro per invidia. Per noi, questo è il reame degli uomini d’affari (il sostantivo maschile è intenzionale e ampiamente meritato). Ossia, il reame di quelli che scalano i gradini aziendali lottando, preoccupandosi soltanto di accumulare denaro e altre cose che, come sperano, un giorno li faranno diventare degli dei.

Quello che più mi stupisce della Ruota è la precisione con cui i sei reami rappresentano la disfunzionalità del nostro mondo, la nostra società, al giorno d’oggi.

Procedendo in senso orario, il primo dei tre “reami inferiori” è il reame degli spiriti famelici, persone che bramano e si aggrappano a cose che possano colmare il loro vuoto esistenziale ma che non ne hanno mai abbastanza. Peggio ancora, quello che mettono in bocca è indigeribile, secco come la polvere. Questo non è soltanto il reame del consumismo, ma anche una fantasia di consumo che ci rende schiavi. La pubblicità nelle pagine patinate delle riviste che ci mostra uomini e donne desiderabili a fianco di macchine sfavillanti, case, cibi e gadget alla moda. Questa è l’arte borghese della vita appesa di fronte a noi per tentarci come un frutto appena al di là della portata della bocca di Tantalo.

Nella parte più bassa della Ruota c’è il reame degli inferni, anche se, siccome la ruota gira in continuazione, il reame degli inferni può anche stare in cima e quello degli dei in basso. Nell’era della catastrofe climatica – l’Antropocene – ha senso mettere il reame degli inferni in cima alla Ruota, specialmente perché così si mettono i miliardari in basso, in un inferno che si sono costruiti da loro, case miliardarie inondate a Miami Beach, dove il denaro non potrà salvarle.

Il quinto reame è il reame degli animali. I negazionisti di questo reame sono ignoranti, rabbiosi e restii al cambiamento. Nella nostra versione di questo reame, patrioti professano un assoluto amore di patria, fedeltà a una sordida versione del Cristianesimo, odio verso gli “estranei” e odio per tutti quelli sopra di loro, le élites, che non includono soltanto gli dei. In un certo senso, ammirano gli dei perchè questi dicono ciò che vogliono sentire – ne sono la prova al giorno d’oggi le manifestazioni in cui le persone reclamano “carne rossa” a conferma della loro ignoranza e per nutrire il proprio odio. Nel reame animale c’è una lunga lista di “parole di battaglia” a cui i residenti di questo reame rispondono con risentimento e, troppo spesso, con pugni e pistole.

E infine c’è il reame umano, un luogo ambiguo in cui si coesistono la comprensione e la “ordinaria infelicità” (Freud). Questo è il posto da dove gli animali pensano che provengano le “parole di battaglia” – le élites culturali, gli snob, quelli che fanno sempre bella mostra della loro superiore conoscenza e che cercano di istruire gli animali. Ovviamente, gli umani sono perplessi dal risentimento degli animali, ma, perplessità o meno, questo risentimento in ogni caso c’è. Gli umani sono curiosi e creativi. Gli umani sono aperto al cambiamento, fintanto che esso sia il risultato di attenzione e onestà. Il cambiamento per loro, non è una minaccia ma una specie di gioco. Se una reale comprensione può venire creata, questo avverrà tra gli umani.

The Epidemic Of Ignorance And What Yoga Has To Do With It - The YogaLondon  Blog
L’ignoranza – Avidhyā – non vedere

Ma anche qui non è tutto rose e fiori, perché i reami non sono caste rigide. I reami non hanno delle belle pareti. Non sono posti cui veniamo condannati come nell’Inferno di Dante: “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate”.

Dal punto di vista psicologico, i reami rappresentano tendenze condivise. Per esempio, gli schiavi sociali del reame animale pensano come gli dei.

Pensano di poter diventare dei perché pensano che la ricchezza sia dietro l’angolo, soltanto una questione di pazienza, lavoro duro e un po’ di fortuna. In altre parole, hanno fiducia nel sistema che ogni giorno li opprime. E ogni reame è “umano” in senso lato; ognuno ha la natura di Buddha, semplicemente questa natura è più sviluppata nel reame umano. Quindi forse è più utile pensare che esistano “dèi umani” o “animali umani” o “umani umani”. La Ruota presenta una tipologia, una classificazione di tipi, ma è una tipologia dinamica.

Questo dinamismo, questa permeabilità dei reami, hai i suoi rischi, come ci mostra la situazione attuale del nostro paese [gli Stati Uniti, ndt]. Gli dei e i semidei hanno concluso un Intesa Cordiale, trasformato gli animali in una banda di picchiatori e preso gli umani in ostaggio. E mi dispiace dirlo, umani, ma a questo punto potete stare a guardare. Alla fine, tutto questo casino si concluderà spiacevolmente all’inferno. (Come al solito, gli spiriti famelici non si sono accorti di nulla, perché erano impegnati con loro frenesia consumista al supermercato o a fare confronti di prezzi sui loro smartphones).

La mia prima reazione nel vedere la Ruota della Vita è stata: “Ah, capisco, dunque la base su cui poggia tutta la nostra attuale follia politica è – come una placca continentale appoggiata su roccia fusa – a tutti i fini e a tutti gli effetti immodificata e immodificabile”. Chiaramente non è il mondo così come dovrebbe essere; è il mondo così come è, per quanto possa essere difficile accettare questa idea. In breve, l’idea che siamo in grado di “sistemare” questa situazione di base, o perlomeno la nostra attuale pessima versione di questa situazione di base, è, sfortunatamente, un’illusione. Come una volta mi disse un amico buddhista: “La gente farebbe meglio a dimenticarsi che viviamo nel samsara”.

Eppure la Ruota della Vita non è un invito alla passività o all’abbandono di qualsiasi speranza.

Non si tratta di arrendersi di fronte all’inevitabile. Al contrario, è di per sé una forma di resistenza.

Prima di tutto, attraverso di essa il Buddhismo dice al mondo: “Ti vedo. Ti riconosco per quello che sei”. In questo, sorprendentemente, la Ruota, non è poi così diversa dal Capitale di Karl Marx. Il Capitale ha offerto alla classe operaia un’immagine molto chiara del sistema economico in cui essa viveva. Come la Ruota, è uno strumento di autocomprensione. Ciò in cui questi due modelli sono differenti è che il Capitale non offre rimedi degni di tale nome. I rimedi sono stati proposti successivamente, in maniera pessima, dall’uno o l’altro tipo di dogmatismo, il peggiore dei quali è stato il “DiaMat” (Materialismo Dialettico), con le sue “leggi irriducibili” di materia in movimento, e la rovinosa versione del “Materialismo Marxista” proposta da Stalin. Nonostante tutto ciò, è comunque importante riconoscere che per lo più, Marx è stato un maestro di “ciò che è”.

Chinese Materialism in the First Sense | SHI Group China

In secondo luogo, il rimedio parziale che ci viene offerto dalla Ruota è la possibilità di non partecipazione, di uscire dalla Ruota. Al contrario del Capitale, la Ruota offre non soltanto una descrizione della sofferenza, ma include anche un modo per concludere la sofferenza. Non c’è bisogno di restare passivi di fronte a quello che ora sappiamo. Possiamo agire come gesto di compassione per tutti coloro che sono legati all’interno della Ruota. La maggior parte delle versioni della Ruota include un Bodhisattva all’interno di ogni reame che indica verso il reame umano, mostrando la possibilità del nirvana, il risveglio. Possiamo mettere in discussione le condizioni sociali in cui siamo nati, possiamo insegnare e possiamo offrire modi alternativi di pensare e vivere. Il Buddhismo offre una politica del rifiuto. 

Questo equivale a dire che il Buddhismo in Occidente è una controcultura non meno che una religione. Il Buddhismo non è soltanto un’analisi illuminante. Al contrario, è anche un invito, proprio come la controcultura degli anni ’60 era sia un’analisi che un invito, a costruire comunità e resilienza.

Il Buddhismo ci dice: “Invece che semplicemente girare insieme alla Ruota, non preferireste vivere qui, in una comunità basata sull’onestà e sulla compassione?”.

Ci sarà ancora Dukkha, ma la nostra relazione con esso sarà cambiata. Dukkha sarà il nostro maestro, non soltanto qualcosa che ci scaglia di qua e di là come foglie secche in una raffica di vento.

Alla fine, ovviamente, siccome non abbiamo il lusso di poter ignorare l’attuale stato delle cose sociali e politiche – la “miglior democrazia che si trova sul mercato”, per dirla con le parole del giornalista investigativo Greg Palast. I Buddhisti possono unirsi ad altri per lottare contro il regime dei soldi. Possiamo unirci ai popoli nativi americani a Standing Rock, protestare contro i campi di concentramento per gli immigrati o unirci a Extinction Rebellion. Possiamo lanciare iniziative basate sul Dharma, come per esempio Declare Climate Emergency Now, una iniziativa di Sacred Mountain Sangha.

Per come la vedo, l’aspetto centrale dell’obiettivo del Buddhismo occidentale è l’allargare la sfera umana, offrendo rifugio a coloro che soffrono a causa delle nostre condizioni ereditarie (le culture tossiche in cui siamo nati). Questa è una componente necessaria dell’”Illuminazione” o dell’“elevazione della coscienza”, come si diceva una volta. Il nostro impegno è vivere nel reame umano ed estendere la comunità umana. L’obiettivo per gli umani è di “diventare reali” se non addirittura “diventare alla pari”. Dobbiamo cercare di vivere bene, vivere secondo quelli che il Buddha chiamava “i giusti mezzi”. Avete la parola di un dilettante per tutto ciò. Ma poi alla fine, nel Buddhismo, chiunque è un principiante e nessuno è speciale.

L’articolo originale è stato pubblicato su Tricycle durante l’estate.

Curtis White

Curtis White è uno scrittore di romanzi e un critico della società. Alcuni dei suoi ultimi libri sono:
Living in a World that Can’t Be Fixed: Reimagining Counterculture Today; The Science Delusion: Asking the Big Questions in a Culture of Easy Answers; We, Robots: Staying Human in the Age of Big Data.

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