Risvegliarsi dalla Trance dell’Indegnità

Durante il liceo, lottavo consapevolmente con il mio non-piacermi, ma fu durante il college che diventai angosciata dall’intensità della mia avversione per me stessa. Durante una gita nel fine settimana, una coinquilina descrisse il suo processo interiore per “diventare la sua migliore amica”, e scoppiai a singhiozzare, sopraffatta dal grado in cui ero ostile verso me stessa. Per anni ho tenuto l’abitudine di essere dura e giudicante verso ciò che percepivo come un io chiaramente pieno di difetti. Mi giudicavo per non essere all’altezza come figlia e amica, mi condannavo per essere troppo grassa, sentivo che i miei stati d’animo erano troppo estremi, il mio rendimento a scuola inferiore a quello che sarebbe dovuto essere.

In retrospettiva, mi sono resa conto che stavo vivendo in quella che chiamo “Trance dell’Indegnità”.

Questa esperienza di incapacità personale è una forma pervasiva di sofferenza, con le sue radici nelle norme sociali che assegnano un valore superiore a certe razze, tipi di intelligenza, aspetto, orientamento sessuale, comportamento e prestazioni.

Come messaggeri della cultura, i genitori spesso comunicano che per essere amati e approvati, dobbiamo essere speciali, apparire e agire in un certo modo, lavorare di più, vincere, avere successo, fare la differenza e anche non essere troppo esigenti, timidi o insistenti.

Fondamentalmente, il messaggio comune è: “Il tuo modo naturale di essere non va bene; per essere accettabile devi essere diverso da come sei“.

I nostri sentimenti di inadeguatezza sono uno stato di trance perché, anche se potessimo renderci conto di giudicarci troppo, raramente siamo consapevoli di quanto la sensazione di non essere all’altezza si attacca a tutte le nostre relazioni, al lavoro, a molti momenti della vita quotidiana. Quando siamo in questa trance, stiamo vivendo in una percezione imprigionante di chi siamo. Quando è forte, le nostre convinzioni e sentimenti di deficienza ci impediscono di essere intimi e autentici con chiunque; sentiamo di essere intrinsecamente imperfetti e gli altri lo scopriranno.

Poiché la paura del fallimento è costante, è difficile abbandonare la nostra iper-vigilanza e semplicemente rilassarsi. Invece, spendiamo il nostro tempo per nascondere i nostri difetti e/o cercare di essere una persona migliore.

Dopo il college, la mia strategia di auto-miglioramento finì per trasferirsi nella mia pratica spirituale. Mi trasferii in un ashram e per i successivi dodici anni tentai di diventare più pura: svegliarmi presto, fare ore di yoga e meditazione, organizzare la mia vita intorno al servizio e alla comunità. Pensavo che, se mi fossi davvero applicata, ci sarebbero voluti otto o dieci anni per risvegliarmi spiritualmente. Le attività erano salutari, ma stavo ancora mirando a migliorare un io fiacco.

Periodicamente, chiedevo ai miei insegnanti: “Allora, come sto? Cos’altro posso fare?”

Invariabilmente, rispondevano tutti: “Rilassati”.

Non ero sicura di cosa parlassero, ma non pensavo che intendessero davvero “rilassati”. Come avrebbero potuto? Chiaramente non ero ancora “a quel punto”.

Un momento di intuizione trasformante si verificò durante un ritiro di sei settimane di meditazione buddhista. Avevo passato almeno dodici giorni con un virus allo stomaco. Non solo c’era disagio fisico, ma mi sentivo “sbagliata” per essermi ammalata. La mia convinzione era che non sapessi come prendermi cura di me stessa, che essere malata riflettesse la mia indegnità e una fondamentale mancanza di maturità spirituale.

Durante un discorso serale, un insegnante del ritiro disse: “Il confine di ciò che possiamo accettare è il confine della nostra libertà”

Per me, questo suonava incredibilmente vero. Avevo toccato ripetutamente quel confine, contratta dalla tendenza quasi invisibile a credere che qualcosa non andasse in me. Sbagliato se ero stanco, sbagliato se la mia mente vagava, sbagliato se ero ansiosa, sbagliato se ero depressa. Nel momento in cui mi era sbagliata, il mondo diventava piccolo e stretto, e all’istante, ero in trance di indegnità.

La trance dell'indegnità è come una prigione di sofferenza. È necessario risvegliarsi

Carl Jung descrive un cambio di paradigma nella comprensione del sentiero spirituale: invece di salire su una scala alla ricerca della perfezione, ci stiamo aprendo alla totalità. Non stiamo cercando di trascendere o sconfiggere le energie difficili che consideriamo sbagliate – la paura, la vergogna, la gelosia, la rabbia – poiché questo crea solo un’ombra che alimenta il nostro senso di inadeguatezza.

Piuttosto, stiamo imparando a voltarci indietro e ad abbracciare la vita in tutta la sua realtà: spezzata, disordinata, vivida, viva.

Questa è la via d’uscita dalla trance: riconoscere consapevolmente e portare compassione alle parti del nostro essere che abitualmente abbiamo ignorato, respinto, condannato.

Questa attenzione aperta e di accettazione è radicale, perché va completamente contro il nostro condizionamento di valutare ciò che accade come sbagliato. Stiamo de-condizionando l’abitudine di rivoltarci contro noi stessi. Ogni volta che possiamo metterci in pausa consapevolmente e astenerci da attività radicate nella paura di incolpare, lottare o intorpidire se stessi, la trance dell’indegnità inizia a sollevarsi. È questa volontà di fermarci e approfondire la nostra attenzione – quella che io chiamo “l’arte sacra della pausa” – che è al centro di tutta la pratica spirituale. Poiché ci perdiamo così tanto nella nostra reattività guidata dalla paura, dobbiamo fermarci spesso.

Se mi fermo mentre mi sento anche leggermente ansiosa o depressa e chiedo: “Cosa sto credendo?”. Di solito scopro il presupposto di non essere all’altezza e non riuscirci in qualche modo. Le emozioni attorno a questo credere diventano più manifeste mentre chiedo ulteriormente: “Che cosa richiede attenzione o accettazione in questo momento?”

Spesso trovo contrazioni di paura sotto la storia dell’insufficienza.

Più riesco a riconoscere la storia mentale e ad aprirmi direttamente al senso fisico di paura con una radicale accettazione e compassione, più la trance dell’indegnità inizia a dissolversi. Piuttosto che l’impossibile scalata alla perfezione, mi rilasso e mi apro alla totalità.

Sebbene estremamente doloroso, la trance dell’indegnità e le sue energie di pura vergogna e paura sono la porta per una profonda trasformazione. Il primo passo è la consapevolezza di essere imprigionati in questa trance.

Quando iniziamo a risvegliarci attraverso una presenza consapevole e amorevole, non arriviamo a un senso di dignità, che è solo un’altra valutazione del sé. Piuttosto, il senso stesso di un sé separato diventa sempre più poroso e trasparente, e iniziamo a riposare sempre di più nello spazio pieno di luce di consapevolezza che riguarda noi stessi e tutti gli esseri con riconoscenza e amore. È questo cambiamento di identità che esprime la nostra vera guarigione e crescente libertà.

L’articolo è stato pubblicato sul sito di Tara Brach.

Tara Brach

Insegnante e fondatrice della Insight Meditation Community in Washington D.C., tiene corsi negli Stati Uniti e in Europa. È una psicologa e autrice di:

Radical Acceptance: Embracing Your Life with the Heart of a Buddha
True Refuge: Finding Peace and Freedom in Your Own Awakened Heart
Radical Compassion: Learning to Love Yourself and Your World with the Practice of RAIN.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su