Un ritiro in casa

Una praticante impara come rimanere a casa

Alcune settimane prima che arrivasse la quarantena, il mio amico buddhista osservò, scherzando, che sarebbe stato come un ritiro di meditazione silenzioso di tre settimane. Ahimè, questo accadde a fine febbraio ,quando tre settimane di “lockdown” sembravano un tempo incredibilmente lungo. Avevamo fatto scorta di scatole di fagioli e di paracetamolo, ma mai avremmo creduto veramente che la vita così come la conoscevamo sarebbe giunta a fermarsi completamente certamente non per mesi. Ma lo ha fatto, e con essa è venuta la familiare ondata di ansia.

Ho trovato nella meditazione – particolarmente quella di tipo concentrativo praticata durante i ritiri – un gradito sollievo dagli stress del passato. Se ti sei iscritto ad una qualunque newsletter che parli di meditazione o ad alcuni siti nei social media, potresti aver trovato risorse o suggerimenti per creare a casa tua il tuo personale ritiro di meditazione silenziosa. Puoi quindi aver alzato gli occhi al cielo, oppure aver continuato a leggere scorrendo o forse ti puoi essere messo a sedere ricomponendoti. O forse, un po’ di tutto questo. Anche se un ritiro a casa non appare istintivamente attrattivo quanto uno analogo svolto di persona presso un centro, forse non è poi un’idea così cattiva.

A ottobre ho partecipato a un ritiro silenzioso di meditazione che è durato una settimana e che si è tenuto presso lo Spirit Rock Meditation Center nella contea di Marin, in California. In tanti modi mi ha preparato per questo periodo di quarantena – non c’era molto da fare, non potevo parlare con nessuno, e ho mangiato un sacco d’uva passa. Tuttavia, avevo deciso di andare in ritiro, sapevo quando sarebbe finito, e non si era in una pandemia – tre fattori che influenzano significativamente il tenore e la qualità dell’auto-isolamento, almeno per me.

Nonostante ciò, credevo che avrei potuto trovare qualche parvenza di pace in quarantena, e così ho deciso di partecipare a un ritiro di meditazione nel mio appartamento. Ho visitato il sito di uno dei miei insegnanti preferiti, Jack Kornfield, e ho cliccato su uno dei suoi ritiri di meditazione auto-guidati di mezza giornata: “Trovare la libertà ovunque tu sia”.

Da una parte, la meditazione è un’attività che ti porta ad auto-guidarti.

È solitaria, ed io medito da sola ogni mattino, comunque. Dall’altra, avevo trovato di grande aiuto la vita comunitaria durante il ritiro allo Spirit Rock. Senza quella che si percepiva come una sorta di pressione sociale per condividere l’esperienza con i miei compagni (sebbene, naturalmente, nessuno mi forzasse silenziosamente a fare alcunché), dubitavo che mi sarei persino presentata alle meditazioni. Ecco perché ho scelto d’iniziare con mezza giornata di meditazione solitaria – non volevo andare oltre i limiti della mia forza di volontà.

Kornfield raccomanda di creare un proprio programma personale basato sui suoi suggerimenti. Io ho riservato un sabato mattina (ma poi, conta ancora il giorno della settimana?) e ho fissato un tempo per le meditazioni, alternando tra meditazioni sedute, camminate, yoga e spuntini occasionali.

praticare il ritiro in casa

Questo è il programma che ho stilato per me. Kornfield raccomanda d’iniziare alle 6.30 del mattino. Io mi sono presa un po’ di libertà creativa e ho iniziato alle 9.00, per varie ragioni, vale a dire che mi svegliavo alle 8.40. Lui raccomanda anche di alternare tra meditazioni sedute e camminate, e così è come ho fatto:

  • 9:00 – 9:30: Meditazione seduta
  • 9:30 – 10:00: Camminata
  • 10:00 – 10:30: Meditazione seduta
  • 10:30 – 11:00 : Movimenti in consapevolezza/yoga
  • 11:00 – 11:30: Meditazione seduta
  • 11:30 – 12:00: Pranzo e scrittura
  • 12:00 – 12:45: Meditazione seduta

Mi sono resa conto immediatamente quanto fosse importante per me preparare la mia camera per il ritiro. 

Kornfield raccomanda di predisporre un “contenitore di quiete”. 

Questo significa pensare al luogo dove meditare e dire ai tuoi di non disturbarti. Io vivo con mia sorella e mi sono prefissata di dirle che sarei andata in ritiro. Sfortunatamente, l’ho informata di questo nel mezzo del ritiro durante una pausa per andare in bagno, quindi non è stato esattamente “silenzioso”, ma c’è andato vicino.

Alcune sale di meditazione vantano una grande varietà di graziosi cuscini di meditazione, oggetti di cui il mio appartamento, ahimè, non dispone. Per ovviare, mi sono arrangiata con il mio sgabello di meditazione – in realtà l’avevo comprato come sgabello per i piedi per quando guardo la TV, il fatto è che ho preso il più economico su Amazon senza guardare la misura e alla fine è risultato troppo corto per farci qualsiasi cosa che non sia la meditazione. Gli ho aggiunto una tovaglia arrotolata e un paio di pantofole e voilà!

Quando medito a casa mi piace girare la stufetta elettrica verso di me così mi convinco che sono in una sauna a infrarossi – cosa che sarà probabilmente dannosa per la mia pelle, ma che mi dà un caldo e piacevole comfort. Questa volta però l’ho spenta dopo 15 minuti. Mi distraeva dal rimanere consapevole (stavo sudando: non era più piacevole). C’è anche uno specchio in camera mia. Provare a meditare davanti a uno specchio mi ha fatto subito capire perché nelle sale di meditazione non ve ne sono – ogni volta che aprivo gli occhi, whoops, eccomi lì! E distoglievo lo sguardo dallo specchio.

Kornfield raccomanda anche di generare un’intenzione – la mia era di “stare”. Anche se mi scoprivo distratta o volevo fare dell’altro dicevo a me stessa che non l’avrei fatto. Che sarei “restata”. E l’ho fatto, e quindi penso che questo generare un’intenzione mi abbia aiutato. Mi ha aiutato anche il fatto che si era in quarantena e che non potevamo uscire di casa. Dovevo stare – e non c’era nessun altro posto dove andare.

La fatica più grande è stata quella di tenermi lontana dalla tecnologia. 

Ho usato il cellulare per controllare il tempo di meditazione, ma mi ero prefissata di lasciarlo in modalità “aereo” per tutto il giorno. Dare a una donna tecnologico-dipendente un cellulare in modalità “aereo” e dirle di non usarlo è come dare a un bambino del cioccolato e dirgli di leggere Moby Dick invece di mangiarlo. Essere responsabile del mio cellulare non è stato poi così efficace come quando mi veniva “sequestrato” durante gli altri ritiri ai quali ho partecipato. Ad esempio, la modalità “aereo” non mi ha impedito di portarmelo in bagno, per forza di abitudine. Ma comunque, non ho guardato Twitter per sei ore – un gran bel risultato.

Mi sono adattata più agevolmente alla camminata e allo yoga che alla meditazione seduta. 

Il mio sgabello era poco confortevole per delle lunghe sedute, ma andare avanti e indietro per la mia piccola stanza mi è stato d’aiuto. È così emerso che riuscivo meglio a sentire le sensazioni del contatto dei miei piedi con il pavimento rispetto a quando ero al centro di meditazione, anche perché avevo già familiarità con il mio ambiente. Ero meno distratta, e potevo effettivamente dimorare nel mio corpo invece di speculare con la mente sulle oche vaganti (Spirit Rock è bella ed è nota per la presenza di fauna selvatica). Lo stesso con lo yoga – avevo una consapevolezza molto più profonda delle mie sensazioni fisiche, in quanto il fare attenzione al respiro era certamente meglio che guardare sotto il mio letto. Non è così pulito là sotto, per vostra informazione!

Ho imparato molto dal mio ritiro casalingo. Per esempio, ho notato che il mio tappetino era molto più sporco di quanto credessi all’inizio. Sarà perché non ho tempo di passare l’aspirapolvere, probabilmente perché sono così impegnata a meditare. C’era anche il problema della gatta di mia sorella. Ho imparato che non dormiva tutto il giorno, come avevo sempre creduto. Anzi, non appena cominciavo a meditare, mi saltava in grembo. Dato che la sua lettiera si trova in camera mia, non la potevo certo cacciare fuori, così ho dovuto semplicemente accettarla. Ma va bene – questo è ciò che vuol dire meditare. Notare e accettare il felino seduto su di te.

A casa, non sono stata affatto auto-cosciente. 

Ogni volta che ho meditato in sedute di gruppo ho avuto una gran paura che gli altri sapessero quando la mia mente stava divagando – quando non stavo solamente notando il sorgere dei pensieri ma bensì mi lasciavo trasportare completamente da essi. Ad esempio quando stavo sognando ad occhi aperti Timothèe Chalamet invece di rivolgere l’attenzione al mio interno. Naturalmente nessuno mi stava realmente giudicando, però quella percezione alterava la mia esperienza. Da sola, fortunatamente, mi sono sentita libera da quell’ansia. Timothèe andava e veniva, e non temevo giudizi.

Tutto sommato, ho trovato il ritiro in casa un’esperienza molto positiva da praticare. Non si hanno sempre le circostanze perfette e idilliache per la meditazione e qualche volta ci si deve adattare all’ambiente in cui ci si trova. Il ritiro mi ha riempita di un senso di calma che non avevo mai provato da quando è iniziata la crisi del coronavirus. Proprio come non posso controllare la pandemia, non posso controllare il gatto sedutomi in grembo. E di questo mi sono sentita un po’ più consapevole dopo la mia mezza giornata di meditazione nei confini di casa.

Ginny Hogan è una scrittrice e vive a Los Angeles. È l’autrice di Toxic Femininity in the Workplace, edito da Harper Collins nell’autunno 2019.

Articolo pubblicato su Tricycle Buddhist Rewiew

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