Perché meditare?

Sulla meditazione e sulla sua utilità circolano un’infinità di idee e anche parecchi malintesi. L’immagine stereotipata è quella di una persona che se ne sta immobile nella posizione del loto – il fumo dell’incenso che fluttua nell’aria, le luci basse – e che viaggia verso qualche luogo mistico dove tutti i pensieri si fermano. Spesso “meditare” è visto persino come un’attività egoistica.

Quando scopriamo che la parola tibetana tradotta abitualmente “meditare” – gom – significa “familiarizzare”, restiamo a bocca aperta. Allora, che cos’è la meditazione? Di che cosa abbiamo bisogno per familiarizzarci con noi stessi? La risposta del Buddha è che abbiamo bisogno di familiarizzare completamente la nostra mente con – portare la nostra mente in sincronia con – la virtù e la realtà.

E perché mai dovremmo farlo? Perché in questo momento, secondo la visione buddhista del mondo, la nostra mente ha una maggiore familiarità con gli opposti di virtù e realtà: attaccamento, rabbia, gelosia e tutte le altre nostre nevrosi. Basta guardare la sofferenza che ci circonda, quella che c’è in noi stessi, nelle nostre relazioni, nel pianeta. Sono questi stati d’animo dolorosi – o afflizioni mentali o emozioni distruttive – che ci inducono a non essere in sintonia né con la realtà e né con la bontà e che ci portano a fare del male agli altri.

Generalmente si parla di due metodi di meditazione, utilizzati per affrancarci dalle nostre nevrosi. Il Buddha chiama lo stato di liberazione dalle afflizioni mentali “nirvana”, ovvero un sorprendente modo di essere, il cui potenziale è già presente in tutti noi. I due tipi di meditazione, etichettati in base al risultato a cui portano, sono chiamati “calma dimorante” e “visione profonda”.

La meditazione per la “calma dimorante”, in sanscrito “samatha“, viene anche chiamata “concentrazione su un singolo punto”: si tratta di uno stato d’animo così sottile che il flusso costante di pensieri concettuali ed emozioni, così come le coscienze sensoriali, cessano. Assomiglia un po’ a quando dormiamo, ma in realtà si tratta di uno stato di consapevolezza super chiaro, vigile, attento.

Perché dovremmo voler raggiungere questo stato di samadhi, come lo chiamano gli Indù? A lungo termine, stando a quanto ha affermato il Buddha, se vogliamo sradicare dalla nostra mente tutte le voci del nostro ego, che consideriamo normali ma che non sono intrinseche, abbiamo bisogno di accedere a questo stato sottile, a questo microscopio puntato sulla nostra mente.

Questo stato di samadhi è così straordinario – assoluta chiarezza, beatitudine, chiaroveggenza e controllo senza sforzo su pensieri ed emozioni – che può facilmente essere scambiato per il risultato finale della pratica, per lo scopo della meditazione stessa. Per il Buddha si tratta invece soltanto dell’inizio, di uno strumento da affinare e poi utilizzare per sviluppare la visione profonda, in sanscrito vipassana, che è l’obiettivo del secondo tipo di meditazione.

Ma visione profonda di che cosa? Della realtà, di come le cose esistono davvero. Questo concetto suona sempre piuttosto astratto, ma ciò che sottintende è che più siamo coinvolti dal nostro io egocentrico, pieno di paure, e più percepiamo ogni cosa attraverso il filtro di questo io irreale – attaccamento, rabbia, depressione e così via – e perdiamo il contatto con la realtà.

Lo sviluppo della comprensione della realtà non è un lavoro facile, ma è raggiungibile, naturalmente.

La maggior parte di noi non andrà molto lontano in questa vita anche solo con il primo metodo di meditazione, la concentrazione, quindi dimenticatevi tranquillamente del secondo, la visione profonda. Ma da qualche parte dovremo pur iniziare! Anche cinque minuti al giorno di determinata e chiara messa a fuoco di qualcosa di semplice – come il respiro che entra ed esce dalle nostre narici – può aiutarci ad uscire dalla nostra testa e rafforzare la nostra chiarezza, la nostra concentrazione, la nostra capacità di vedere in modo più nitido che cosa sta succedendo dentro di noi.

Poi possiamo applicare la seconda modalità di meditazione e fare qualche analisi interiore, diventare il nostro terapeuta: riconoscere le paure, gli atteggiamenti negativi e usare la nostra saggezza, intelligenza e gentilezza, per affrontarli e gradualmente diminuirli. Possiamo plasmare la nostra mente, come dice Lama Zopa Rinpoche, in qualsiasi forma ci piaccia.

Infine, attraverso la nostra meditazione, possiamo dare più senso a ciò che sta succedendo intorno a noi, vedendo le cose in modo più oggettivo e vedendo anche gli altri esseri umani non attraverso l’abituale lente delle nostre paure e nevrosi, ma con empatia e gentilezza.

Questa è la perfetta applicazione nella vita quotidiana delle due modalità di meditazione.

Alla fine, la perfezione arriverà. Un passo alla volta.

Venerabile Robina Courtin – Tradotto da Why meditate?

Autore

  • Robina Courtin (nata il 20 dicembre 1944, a Melbourne, Australia) è una monaca buddhista della tradizione Gelugpa e del lignaggio di Lama Thubten Yeshe e Lama Zopa Rinpoche. Nel 1996 ha fondato il Liberation Prison Project, che ha diretto fino al 2009. Attivista femminista, ha lavorato a favore dei diritti dei detenuti fin dai primi anni Settanta. Nel 1978 ha preso l'ordinazione al Tushita Meditation Centre di Dharamsala. È stata direttore editoriale della Wisdom Publications fino al 1987 e direttore della rivista Mandala fino al 2000, incarico che ha lasciato per sviluppare il Liberation Prison Project. Il lavoro di Robina Courtin è stato presentato in due film documentari, On the Road Home di Christine Lundberg (1998) e Chasing Buddha di Amiel Courtin-Wilson (2000), e nel libro Why Buddhism? (2003). Il film Chasing Buddha, documenta la vita di della Venerabile Robina e il suo lavoro con i detenuti del braccio della morte nel Kentucky State Penitentiary. Nel 2001 ha fondato il Chasing Buddha Pilgrimage, un’organizzazione che conduce pellegrinaggi nei luoghi sacri del Buddhismo in India, Nepal e Tibet per raccogliere fondi per il Liberation Prison Project.

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