Le figlie di Mahaprajapati

Mahaprajapati era la zia di Siddharta, sua madre adottiva amorevole e affettuosa. Era anche profondamente realizzata: era una arhat, una rispettata insegnante di Dharma e la prima monaca buddista.

Avevo quindici anni quando il padre di un mio amico mi fece un indovinello: “Un uomo e suo figlio hanno un terribile incidente d’auto. Il padre muore all’istante, ma il figlio viene portato di corsa in ospedale dove il chirurgo dice: ‘Non posso curare il ragazzo. È mio figlio’. Com’è possibile?”
Essendo una giovane femminista, credevo di aver deluso il genere femminile quando non seppi rispondere che il chirurgo era la madre del ragazzo. Ora, dopo tanti anni, capisco che non è stata colpa mia o di qualcun altro se non azzeccai la risposta. La società patriarcale ha creato dei pregiudizi così radicati che avvelenano le opinioni di quasi tutti, anche di quelli di noi che credono ardentemente nell’uguaglianza di genere.

Il Dharma consiste nel vedere chiaramente la vera natura della realtà, quindi si è tentati di pensare che il buddhismo sia immune dal sessismo. Eppure, se facessimo un indovinello su “un maestro buddhista” o “un grande maestro buddhista”, sospetto che la maggior parte di noi, nell’occhio della mente, immaginerebbe un uomo.

Eppure esiste una lunga storia di grandi insegnanti donne, dai tempi del Buddha fino a oggi. Setacciando gli archivi, ho capito che molte di loro erano notevoli non solo per la profondità dei loro insegnamenti e la dedizione nella loro pratica, ma anche perché rappresentano l’equivalente di Dharma di Ginger Rogers che ballava esattamente come Fred Astaire, solo all’indietro e con i tacchi. In altre parole, le insegnanti di Dharma donne hanno dovuto superare sfide e pregiudizi che le loro controparti maschili non hanno mai dovuto affrontare. C’è voluta una cospicua dose di grinta da parte del cosiddetto sesso debole per diventare insegnanti, per non parlare di grandi insegnante.

Per celebrare le donne insegnanti nel lungo arco della storia buddhista, vorrei presentarvene dieci.

Circa 2.600 anni fa, ai piedi dell’Himalaya, c’era Mahaprajapati, la zia di Siddharta. Sia lei sia sua sorella Mahamaya avevano sposato lo stesso re. Quando Mahamaya morì, poco dopo aver partorito, Mahaprajapati allattò Siddharta e lo crebbe come il suo figlio prediletto. Il tempo passò. Siddharta crebbe fino a diventare un uomo, divenne il Buddha e fondò una comunità di monaci. Il fatto che fossero tutti maschi non scoraggiò Mahaprajapati. Dopo aver praticato come laica per cinque anni, andò dal Buddha e chiese di potersi unire al suo sangha come monaca. Per estensione, gli chiedeva di accogliere le donne in generale.

Il Buddha disse di no. Lei lo domandò di nuovo e di nuovo lui disse di no. Ma Mahaprajapati non si arrese. Ignorando il rifiuto del Buddha, ispirò altre cinquecento donne a chiedere allo stesso modo l’ordinazione e, come se già l’avessero ottenuta, si rasarono la testa e indossarono le vesti monastiche. Poi le guidò, camminando scalze per camminando per più trecento chilometri fino al monastero dove risiedeva il Buddha e lì si fermarono, piangendo.

Vorrei poter dire che questo fu sufficiente a convincere il Buddha ad accettarle, ma a quanto pare fu necessario un ulteriore passo: il monaco Ananda – un uomo – dovette sostenere la loro causa e ricordare al Buddha che le donne sono capaci di realizzazioni tanto quanto gli uomini. Alla fine il Buddha dovette cedere, dichiarando che le donne potevano ricevere l’ordinazione a patto che accettassero otto regole che, di fatto, le relegavano in una posizione subalterna a quella dei monaci.

La riluttanza e le regole del Buddha mi hanno sempre lasciato l’amaro in bocca. Naturalmente, come individuo, potrei decidere che questa storia non ha importanza; potrei decidere di lasciar perdere. Ma questo non cambierebbe il fatto che, ancor oggi, ha delle conseguenze molto reali nella vita delle monache buddhiste (o aspiranti tali). In molte parti del mondo buddhista continua a rappresentare il pretesto per non dare loro le stesse opportunità o lo stesso status delle loro controparti maschili. Sospetto poi che lo status inferiore delle monache abbia anche delle ripercussioni sulle laiche. Dopo tutto, quando le donne con la toga sono svalutate, le donne senza toga sono sicuramente percepite come ancor più inferiori.

In ogni caso, Mahaprajapati accettò l’offerta di ordinazione, seppur condizionata, come una vittoria. Raggiunse rapidamente llo stato di arhat e divenne un’amata precettrice delle donne, una rispettata insegnante di Dharma e un giudice nelle dispute, alla pari con i giudici maschi.

Mahaprajapati si impegnò entro i limiti di ciò che era possibile, ma cercava sempre di spingerli un po’ più in là. Non solo fu la fondatrice del lignaggio buddhista delle bhikkhuni, ma anche un modello di riferimento per tutte le donne insegnanti e praticanti buddhiste che ancora oggi devono trovare da sole un modo per cavarsela in questo mondo. Attraverso i millenni ancora è possibile udire l’eco della forza d’animo e della pragmaticità di Mahaprajapati, della sua saggezza e compassione, nelle donne che insegnano e praticano.

Molte donne insegnanti di Dharma sono ricordate solo frammentariamente, come Prajnatara. La 27° “patriarca” del buddhismo indiano, secondo la tradizione Zen, è tutto tranne che persa nella notte dei tempi. Non è nemmeno chiaro se fosse una donna. Nei testi cinesi il genere è ambiguo, si presume dal contesto, quindi molti sono saltati alla conclusione che, come insegnante del celebre Bodhidharma, Prajnatara fosse un uomo. Eppure le prove, compresi i registri del lignaggio coreano, indicano il contrario.

Anche se le date che abbiamo per la vita di Liu Tiemo sono solo approssimative, tra il 780 e l’859, qualcuno molto tempo fa ha notato il suo aspetto fisico. (Apparentemente, non era un gran che.) Ma quando si trattava di dibattito sul Dharma, la maestra Chan Liu Tiemo era di una forza tale da non passare inosservata, tanto che fu soprannominata “la Macina Ferro”. Il suo stile d’insegnamento veniva descritto, con ammirazione, come “precipitosamente impressionante e pericoloso”.

Alcune donne buddhiste poi sono ricordate principalmente per la loro relazione con un maestro maschile, eppure erano, di per sé, altamente realizzate. La tibetana Yeshe Tsogyal dell’VII secolo, per esempio, è spesso identificata come consorte del maestro tantrico Padmasambhava e la trascrittrice dei suoi insegnamenti. La leggenda dice che fu costretta a sposarsi contro la sua volontà e che, mentre praticava la meditazione da sola sulle montagne, sopportò stupri, disprezzo e fame. Ma Yeshe Tsogyal superò ogni ostacolo e raggiunse la piena illuminazione, pari a quella di Padmasambhava. Queste parole sono attribuite a lei: “Non vedo nulla da temere nello spazio interiore”.

Dalla tradizione tibetana proviene anche Jetsunma Tenzin Palmo. Nata in Inghilterra nel 1943, ha lavorato come bibliotecaria fino a quando, nel 1964, ha risparmiato abbastanza soldi per andare in India nella speranza d’intraprendere il sentiero buddhista. Il giorno del suo 21° compleanno incontrò il suo guru, l’VIII Khamtrul Rinpoche, e presto chiese di diventare monaca. Ma c’era un problema: nella tradizione tibetana non esiste l’ordinazione completa per le donne che possono solo diventare novizie. Le otto pesanti regole che si dice il Buddha abbia imposto alle monache stabilivano, tra le altre cose, che l’ordinazione di una donna dovesse essere eseguita da monaci e monache insieme. Circa mille anni però fa il lignaggio delle monache pienamente ordinate, le bhikkhuni, si è estinto nella tradizione Theravada, mentre nel Vajrayana non è mai stato instaurato. E così le donne sono state escluse dalla piena ordinazione per un paradosso: senza un quorum di monache, nessuna donna può essere ordinata, ma poiché nessuna donna viene ordinata, non c’è il quorum di monache necessario per farlo. Solo negli ordini Mahayana dell’Asia orientale le monache ricevono un’ordinazione completa, e così Tenzin Palmo divenne monaca persso il tempio Miu Fat di Hong Kong. In seguito visse da sola in una grotta nel nord dell’India per dodici anni. Tenzin Palmo coltivava patate e rape; dormiva e meditava in piedi in una “scatola” da meditazione; e una volta, dopo una bufera di neve, rimase intrappolata dal ghiaccio e pensò che sarebbe sicuramente morta. Per i primi nove anni trascorsi nella grotta, occasionalmente riceveva delle visite e faceva brevi viaggi. Negli ultimi tre osservò un rigoroso ritiro solitario.

Sia Tenzin Palmo sia la thailandese Ta Tao Fa Tzu sono note per aver lavorato instancabilmente per dare alle donne l’opportunità di ricevere l’ordinazione e impegnarsi in una pratica profonda.
Ta Tao Fa Tzu nacque con il nome di Lamai Kabilsingh nel 1908. Il padre provò una tale delusione nell’avere un’altra figlia femmina che abbandonò la famiglia. Crescendo, Kabilsingh sviluppò un grande interesse per la letteratura che la portò a diventare scrittrice, giornalista e fondatrice di una rivista buddhista. Fu anche un’insegnante e la prima donna thailandese ad essere un’abile spadaccina. Nel 1932 andò in bicicletta a Singapore con un gruppo di boy scout, un’impresa che richiese ventinove giorni. Dopo uno problema medico, Kabilsingh si dedicò alla meditazione e presto fu riconosciuta come qualificata per insegnare ad altri.
Dato che in Thailandia le donne non possono essere ordinate come bhikkhuni e neppure come novizie, si ideò un’alternativa: le maechi, donne che indossano abiti bianchi ma non sono né monache né laiche. Possono risiedere in un tempio, ma – a differenza dei monaci – ci si aspetta che provvedano a loro stesse e sono trattate in gran parte come personale al servizio del tempio, ci si aspetta che cucinino, puliscano, vendano incenso.

Kabilsingh non aveva alcuna intenzione di diventare una maechi; voleva essere una bhikkhuni. Anche se nessun monaco locale era disposto a darle l’ordinazione, riuscì a trovarne uno che accettò di fare una cerimonia di maechi anche se lei fu inamovibile rispetto al fatto di vestirsi di bianco dopo, piuttosto di giallo pallido. Quando la nuova “ordinata” Kabilsingh si fece notare nella sua nuova veste il Consiglio degli Anziani si riunì per stabilire se quella particolare tonalità di giallo fosse troppo vicina, e in modo blasfemo, allo zafferano indossato dai monaci. In gran parte grazie ad un monaco comprensivo, la questione fu presto chiusa.
Successivamente, Kabilsingh fondò un monastero e stabilì una comunità di donne che la pensavano come lei. Fu allora che scoprì che l’ordinazione formale era possibile anche per lei, ma a Taiwan. Il suo precettore sarebbe stato della tradizione Mahayana, non Theravada come lei, ma questo le sarebbe bastato. Così, ricevendo il nome Ta Tao Fa Tzu, divenne la prima donna thailandese ad essere ordinata monaca.
La figlia di Ta Tao Fa Tzu, Chatsumarn Kabilsingh, era ancora una bambina quando la casa di famiglia fu trasformata in un piccolo monastero femminile. Anche se prese un’ordinazione temporanea a tredici anni, Chatsumarn Kabilsingh visse come laica: conseguito un master in religione in un’università canadese, in India ottenne il dottorato in buddhismo. Si è sposata, ha cresciuto tre figlie ed è un volto noto della TV thailandese.
Un giorno, nel 1999, Chatsumarn Kabilsingh era pronta con trucco e vestiti eleganti prima di andare in onda, si guardò allo specchio e pensò: “Per quanto tempo ancora devo farlo?” In quel momento decise che sarebbe diventata monaca. Per aggirare la legge che continuava a proibire l’ordinazione delle donne in Thailandia, si recò in Sri Lanka dove da poco era stato restaurato il lignaggio Theravada delle bhikkhuni. E fu così che Chatsumarn Kabilsingh divenne la prima donna thailandese a essere ordinata all’interno della sua stessa tradizione. Oggi, con il nome di Dhammanda Bhikkhuni, è badessa del Songdhammakalyani, il monastero fondato da sua madre.


Altre donne thailandesi hanno trovato una strada sul sentiero come praticanti laiche, per esempio Kee Nanayon. Nata nel 1901, era un’appassionata meditatrice già da giovane ed era in gran parte autodidatta. Nel 1945, lei e i suoi zii stabilirono si stabilirono in una vecchia dimora monastica abbandonata, circondata dalla foresta. Non ricevendo quasi nessun sostegno esterno, dovettero vivere in estrema frugalità: raccoglievano germogli di bambù selvatici e frutta per i loro pasti; rattoppavano i loro vestiti e condividevano la loro grotta con frotte di pipistrelli.
Altre ricercatrici spirituali si unirono a loro, dando vita a una fiorente comunità di pratica femminile, con Kee Nanayon che si ritrovò nel ruolo di insegnante. “Conoscere è una fabbricazione mentale”, insegnava. “Non conoscere è una fabbricazione mentale. Quando esaminiamo entrambe le cose profondamente, ci rendiamo conto che entrambe nascono e poi cessano. Anche le verità che conosciamo in questo modo non rimangono a lungo. Si trasformano sempre in non sapere”.

Dipa Ma è nata nel 1911 in quello che ora è il Bangladesh. Dopo essersi sposata a dodici anni con un uomo che aveva il doppio della sua età, rimase incinta ma perse per due volte i bambini. Poi suo marito morì e lei rimase sola a crescere il loro unica figlia viva. Purtroppo era così devastata dal dolore che riusciva a malapena a sopravvivere. Il suo medico le raccomandò la meditazione.
Avanzando rapidamente con la sua pratica, Dipa Ma acquisì presto poteri di concentrazione così profondi che quando un cane la morse non se ne accorse neppure. Per un certo periodò penso di lasciare sua figlia alle cure di un vicino e dedicare il resto dei suoi giorni in un centro di meditazione. Alla fine, però, optò per combinare vita familiare e pratica. Col tempo, Dipa Ma si ritrovò con centinaia di studenti. C’era un flusso giornaliero di visitatori nel suo modesto appartamento, e fu lei a influenzare profondamente la comunità americana di Vipassana, poiché insegnò a Sharon Salzberg, Jack Kornfield e Joseph Goldstein.

“Essere una moglie, essere una madre: questi sono stati i miei primi insegnanti”, diceva questa santa patrona delle casalinghe. “Fate di tutte le circostanze i vostri insegnanti”.

Concludiamo questa breve rassegna di donne straordinarie con la studiosa e monaca taiwanese Chao-hwei Shih. Devota sostenitrice dei diritti degli animali, è stata determinante nel far passare una legge sulla conservazione della fauna selvatica e nel divieto delle scommesse sui cavalli e su una forma crudele di pesca nel suo Paese. “Buddha non poteva sopportare di veder soffrire gli esseri senzienti”, ha osservato una volta.
Nel 2012 Chao-hwei Shih ha ottenuto l’attenzione del mondo quando ha officiato un matrimonio per due donne in abito bianco senza spalline; è stato il primo matrimonio buddhista omosessuale di Taiwan. All’epoca il matrimonio gay era proibito in tutta l’Asia, quindi non si trattava di una cerimonia con un valore legale, ma Chao-hwei Shih sperava di innescare una dibattito sui diritti LGBTQI+. Sette anni dopo, Taiwan è diventato il primo Paese asiatico a legalizzare il matrimonio omosessuale e le coppie ancora oggi le inviano biglietti di ringraziamento.
Attivista femminista schietta, Chao-hwei Shih una volta guidò un gruppo di monaci e praticanti laici, uomini e donne, a fare una dichiarazione audace sui diritti delle donne durante un talk show buddhista a Taipei. Con le telecamere puntate addosso, presero una copia di quelle otto pesanti regole che il Buddha avrebbe dato a Mahaprajapati tanto tempo fa – quelle che rendono le monache sottomesse ai monaci – e le strapparono.

Mahaprajapati e il Buddha sono vissuti molto tempo fa e non hanno lasciato documenti scritti, quindi la storia dell’ordinazione femminile è storicamente accurata? Gli studiosi contemporanei hanno presentato prove che suggeriscono che non lo sia. Dicono che qualcuno, da qualche parte lungo la linea temporale, l’abbia modificata se non inventata di sana pianta, perché non è in linea con il Buddhadharma, è un mito misogino.
A volte mi chiedo quanto i miti che ci raccontano che cosa significa essere donna mi abbiano fatto dubitare di me stessa e delle mie capacità, quanto faranno dubitare di se stessa e delle sue capacità mia figlia e dopo di lei delle sue figlie. Ogni donna.
La rappresentanza conta, anche nel regno della spiritualità. Se siamo a conoscenza di donne buddhiste realizzate, sicuramente avremo più fiducia nella nostra capacità di progredire sul sentiero. È doloroso essere testimoni dei tratti misogini che emergono nelle biografie delle donne del Dharma, ma lo è ancor di più non conoscerne affatto le storie. Hanno forgiato un cammino per noi. Hanno dimostrato che è un sentiero che le donne possono seguire.

Tradotto da Mahaprajapati’s Daughters, Lion’s Roar, marzo 2022

Autore

  • Andrea Miller è il vice direttrice della rivista buddhista Lion's Roar. È autrice di Awakening My Heart: Essays, Articles, di Interviews on the Buddhist Life e del libro fotografico The Day the Buddha Woke Up.

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