La saggezza critica, risoluta e caparbia

La saggezza critica, risoluta e caparbia

Sia chiaro: la saggezza critica è agguerrita, risoluta, caparbia e persino feroce, ma allo stesso tempo gentile e tenera.
Nell’arte figurativa buddhista, è simboleggiata dalla spada di Manjushri, un bodhisattva divino (un eroe illuminato) il cui nome significa “gloria delicata”. Nelle icone tibetane, la spada di Manjushri è affilata come un rasoio, la sua elsa è d’oro e la punta della sua lama di acciaio azzurro è avvolta da lingue di fuoco. Quest’arma tagliente rappresenta l’intelligenza critica e analitica. Il livello massimo della saggezza critica può anche essere raffigurato come Vajrabhairava (“il Feroce Adamantino”), una cruenta emanazione di Manjushri, o come Yamantaka (“il Distruttore del Signore della Morte”), una squisita rappresentazione simbolica della vita immortale in quanto “morte della Morte” (nel terzo capitolo, invocheremo l’aiuto di Yamantaka per sconfiggere il nemico segreto). Inoltre, per esprimere la portata e il lato più delicato della saggezza critica, essa viene rappresentata anche come Prajñaparamita o “Conoscenza trascendente”. Nota come la “Madre di tutti i Buddha” poiché porta in grembo l’illuminazione, tiene tra le sue numerose mani, oltre che armi (arco e frecce, una spada e uno scettro), anche un libro e un fiore di loto.

“Perché la saggezza critica è feroce?”, potremmo domandare. “Non stiamo cercando di evitare di reagire con ostilità agli attacchi dei nostri nemici?”. È vero. Ma la consapevolezza deve essere feroce per vincere la paura, la rabbia, l’ira, l’odio, la vendetta e la cattiveria, tutti elementi che contribuiscono alla creazione dei nemici e derivano da una comprensione distorta della realtà. La saggezza critica deve essere feroce affinché possiamo vedere oltre la confusione grazie alla sua concentrazione penetrante come un laser. E com’è la nostra situazione, in realtà? In altri termini, qual è la cosa peggiore che può accadere? Qual è l’azione peggiore che possono compiere i nostri nemici? Va bene, sappiamo che possiamo essere offesi, feriti o addirittura uccisi per mano loro. È ragionevole temere che ciò accada; il timore che proviamo è sensato: ci sprona a evitare i nostri nemici. Ma possiamo evitarli o difenderci con maggior destrezza se diventiamo padroni della nostra paura e della nostra rabbia e manteniamo il sangue freddo, come un lottatore di arti marziali. Per fare ciò, è utile compiere una ricognizione mentale dei vari esiti possibili della situazione, includendo anche i peggiori. È incredibile quanto sia utile esaminarli accuratamente tutti.

Per esempio, di fronte a un’offesa tendiamo ad arrabbiarci. Ma quanto terribile può essere un insulto? Esistono delle offese in grado di causarci danni irreparabili? Non possiamo forse scrollarci di dosso le parole altrui con una risata, a maggior ragione perché gli insulti sono quasi sempre delle esagerazioni? Raramente ci meritiamo tanto biasimo quanto lasciano intendere i nostri nemici. E non serve che ci preoccupiamo dell’effetto delle offese a noi rivolte su altri che possono averle sentite, poiché solitamente è colui che insulta a fare brutta figura. Pensiamo alla saggezza dell’adagio infantile: “I bastoni e le pietre possono rompermi le ossa, ma le parole non mi feriranno mai!”. E se pensiamo ai bastoni e alle pietre e alla sofferenza fisica? Ovviamente dobbiamo proteggerci, ma se ci facciamo male, cosa otteniamo aggiungendo rabbia al dolore che proviamo?

In un racconto del Dalai Lama, un inserviente in Tibet stava cercando di riparare una vecchia automobile, appartenuta al Dalai Lama precedente. Mentre lavorava, ogni tanto gli capitava di graffiarsi le nocche della mano. Allora si infuriava e sbatteva ripetutamente la testa contro la macchina. Nel tentativo di calmarlo, il Dalai Lama gli mostrò l’ironia della situazione, ricordandogli: «L’auto non sente nulla!».
Spesso la rabbia ci danneggia più di qualsiasi nemico. Se un nemico ci ferisce, il male che proviamo basta e avanza; è meglio evitare di procurarci sofferenza preoccupandoci eccessivamente del dolore e lasciando che la paura ci paralizzi, impedendoci di affrontare al meglio i nostri nemici. Compiamo ora un passo davvero radicale; dimostriamoci all’altezza della situazione e immaginiamoci anche l’eventualità estrema: il nemico ci potrebbe uccidere. Pensiamo mai alla morte? Dopo tutto, può arrivare in ogni momento, a causa di un incidente e in assenza di qualsiasi nemico. Probabilmente viviamo la maggior parte del tempo negando la realtà di questo fatto, ma la paura della morte — impercettibile ma sempre presente — potrebbe impedirci di sentirci pienamente vivi. Cosa significa la morte per noi? Cosa pensiamo ci accadrà quando moriremo? Magari crediamo fermamente in una vita dopo la morte e siamo convinti che andremo in paradiso, per intercessione di Gesù, Buddha o di qualche altro Dio o angelo (nonostante la prospettiva dell’inferno ci terrorizzi, abbiamo forse trovato un protettore o un modo certo per evitare il pericolo).

Magari, invece, non siamo religiosi e siamo convinti che morendo scompariremo e basta, riducendoci a un eterno niente privo di coscienza. Nonostante la morte possa sopraggiungere in qualsiasi momento, ribadisco che in entrambi i casi non ha senso preoccuparsene eccessivamente e lasciarsi sopraffare dal timore finché si è in vita. In ogni modo, ciò che temiamo non è la morte, bensì il morire, un momento di transizione che riteniamo possa essere estremamente doloroso. Ovviamente, l’istinto ci porta a difendere la nostra vita a tutti i costi, ma quell’istinto è reso ancora più forte — e a nostro discapito — da una nozione ingenua di morte.
Quando siamo paralizzati dal terrore o in preda alla rabbia, ci è più difficile salvarci o migliorare la nostra vita. Del tutto incapaci di reagire, diventiamo vittime indifese o ci abbandoniamo a sterili scatti d’ira, non riuscendo a fermare i nostri nemici e, a volte, addirittura esacerbando le loro reazioni. Se riusciamo a liberarci dall’eccessiva paura delle conseguenze irrealistiche che abbiamo previsto, diminuirà anche la loro probabilità. Mark Twain affermò — con una frase divenuta celebre — di aver “conosciuto molti guai, la maggior parte dei quali non è mai accaduta”. A pensarci bene, temiamo il dolore molto più della morte.

Fortunatamente, la maggior parte di noi non subirà mai torture fisiche per mano dei propri nemici. Immaginare come affrontare una situazione del genere può aiutarci però ad accrescere la nostra resilienza. Il metodo più adatto per gestire il dolore è la moderazione: non provare rabbia né per la propria condizione di vittime né nei confronti dei propri aguzzini, poiché tale reattività non fa altro che esacerbare il dolore che già proviamo e inferocire ancora di più i nostri torturatori. L’odio non allevia in alcun modo la nostra sofferenza. I monaci tibetani che hanno vissuto terribili condizioni di prigionia attribuiscono spesso la propria sopravvivenza alla capacità di non lasciarsi travolgere dalla collera nei confronti dei propri secondini. Se anziché provare rabbia, immaginiamo che ogni goccia di dolore che i nostri torturatori spremono dal nostro corpo ci renderà più capaci di affrontare la sofferenza futura, allora la sopportazione ci apparirà come una conquista. Inoltre, se il buonsenso ci permette di fare esperienza della verità secondo cui “tutto quello che facciamo ci torna indietro!” o, ancora meglio, se conosciamo le leggi della causalità biologica ed evoluzionistica chiamate “karma”, comprenderemo che ogni pena inflittaci dai nostri nemici equivale alla sofferenza che essi patiranno in futuro o nelle vite successive a questa, per non parlare del senso di colpa che inconsciamente li affligge anche ora. Adottando questa prospettiva, potremmo persino riuscire a provare un sentimento di compassione per i nostri torturatori. L’invocazione di Gesù sulla croce: “Padre, perdonali poiché non sanno quello che fanno!” riecheggia nelle orecchie di alcuni di noi. Una buona parte del dolore che patiamo a causa dei nostri nemici è di origine emotiva. Ma anche in questo caso possiamo ampliare il significato del motto “Non c’è conquista senza sofferenza!” e servirci di qualsiasi pena che ci viene inflitta per rafforzare la nostra capacità di astenerci dall’odio — un vero e proprio spreco di energia — nei confronti di chi ci ha fatto un torto. Se impariamo a non provare rabbia, acquisiremo lo strumento di difesa più potente: la sopportazione.

Grazie alla protezione che ci offre la sopportazione, diveniamo sempre più forti e resilienti e sempre più capaci di rispondere ai tentativi dei nostri nemici di ferirci, qualsiasi mezzo essi adottino. Tuttavia, l’ostacolo fondamentale al superamento della rabbia è la convinzione secondo cui, privati della sua forza, ci ritroveremmo in balìa dei nostri nemici. Secondo questo punto di vista, la rabbia è una forma di protezione. Ma se esaminiamo con maggior attenzione la nostra esperienza, ci accorgiamo che in molti frangenti la rabbia ci ha ingannato, illudendoci con la sua focosità di averci reso più forti, quando in realtà ci ha indebolito, offuscando il nostro giudizio e bruciando tutta la nostra energia in un colpo solo, in attacchi di collera del tutto insostenibili. Secondo alcuni studi di neuroscienze, la rabbia è dannosa anche per la nostra salute fisica poiché causa il rilascio nel sangue di sostanze chimiche nocive per il nostro sistema circolatorio, come per esempio il cortisolo.

Lasciarsi alle spalle i sentimenti di inimicizia nei confronti degli altri non significa arrendersi ai propri nemici. Al contrario, di fronte a una minaccia, ci difendiamo meglio se affrontiamo il nostro nemico liberi dall’odio e dalla rabbia. Le arti marziali ci insegnano che per sconfiggere i nostri nemici dobbiamo trascendere la rabbia. Chiunque pratichi le arti marziali ci dirà che la rabbia fa perdere l’equilibrio ed esaurisce in un attimo ogni nostra energia, rendendoci più vulnerabili agli attacchi dei nostri avversari. Il panico può avere lo stesso effetto. È naturale avere paura quando si subisce un torto. Tuttavia, possiamo gestire meglio la situazione se proviamo un’angoscia buona, che ci indichi le reali minacce alla nostra sicurezza e ci spinga a reagire in maniera costruttiva. Il timore paranoico e paralizzante, invece, ci impedisce di agire secondo il buonsenso e ci priva della nostra energia.

Bob Thurman, tratto da Ama i tuoi nemici

Shares

Ti potrebbe interessare...

Per approfondire...

Ego, attaccamento e liberazione
Ego, attaccamento e liberazione

Autore: Lama Yeshe
Ego, attaccamento e liberazione
Edizione: cartacea (brossura), 140pp., oppure ebook o audiolibro
ISBN 978-88-942873-6-3

Questo libro contiene gli insegnamenti e le meditazioni che Lama Yeshe ha dato in un ritiro di cinque giorni che ha condotto vicino a Melbourne, in Australia In linea con le intenzioni di Lama Yeshe, è dedicato al risveglio della libertà interiore nelle menti dei suoi lettori e di tutti gli altri esseri senzienti.

Ti è piaciuto questo articolo?

Se questo e gli altri insegnamenti che puoi leggere gratuitamente sul nostro sito ti sono piaciuti aiutaci a continuare a tradurli e pubblicarli con una piccola donazione, poco più di un caffé a testa per la nostra redazione. Grazie!

Oppure scrivi tu l'importo che ritieni più adatto

Seleziona il metodo di pagamento
Informazioni personali

Totale della donazione: €5,00

Carrello