Verità allarmanti

La pandemia ci offre l’opportunità di svegliarci alle ingiustizie finora ignorate – e di coltivare la presenza a ciò che sta succedendo ora.

In questo momento della pandemia da COVID-19, la maggior parte di noi è concentrata su come rimanere in sicurezza, prendersi cura dei nostri cari e arrivare a fine mese. Nei momenti di quiete potremmo anche affrontare la questione: come vogliamo porci con ciò che ci mette davanti la realtà? Come rispondere alla crisi in modo da poter approfondire la nostra pratica spirituale?

Per tante persone questa pandemia è un campanello d’allarme, un promemoria molto forte dei fatti esistenziali che spesso ignoriamo. Come il Buddha prima di lasciare il rifugio del palazzo di suo padre, quelli di noi che vivono nel privilegio possono essere stati lontani dalla malattia e dalla morte o dalla povertà e dalla mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria.

La pandemia ci offre invece forti insegnamenti di impermanenza, come pure di interconnessione con gli altri. Tuttavia, la nostra pratica può anche andare molto oltre la semplice ricezione degli insegnamenti buddhisti che la situazione presente ha messo in evidenza.

Se mai c’è stato un tempo per meditare e cantare, eccolo qui.

Nella mia pratica di Zazen, mi immergo nella respirazione dell’addome, lascio andare il pensare, mi acquieto e mi apro alla calma presenza (almeno questa è la mia intenzione, più facile dirlo che farlo).

Nella meditazione abbiamo l’opportunità di stabilirci nella consapevolezza libera dalla preoccupazione, anche solo per pochi istanti. Di diventare più radicati e centrati nel mezzo della crisi. Se pensieri e sensazioni circa la pandemia dovessero sorgere – e sorgeranno – possiamo notarli e abbandonarli. 

Il grande maestro giapponese di Zen Dogen coniò genjo, che traduco come “essere presenti”, qualcosa che si realizza quando lasciamo andare i pensieri, quando svuotiamo la mente (“dimenticare il sé”) e quando diventiamo pieni delle “diecimila cose”.

Questa calma e aperta presenza ci aiuta a stare presenti nel presente e non emargina né la nostra paura né qualunque altra sfida la pandemia ci rivolga.

Essere presenti ci aiuta anche a abbandonare la reattività – avidità e malevolenza, piacere e ribrezzo, attaccamento e avversione – e a far emergere un assaggio di imparzialità che ci rende possibile rimanere fermi con l’incertezza senza venirne scossi. Mentre ci aiuta a fare i conti con le sfide, essere presenti ci aiuta anche ad abbandonare le nostre aspettative e i nostri attaccamenti a determinati risultati.

“Ma aspetta un attimo” potremmo dire: con la mole dell’ansia che stiamo sperimentando ora, stabilirsi nella meditazione e manifestando la calma presenza pare impossibile, perfino quando abbiamo tempo di stare seduti.

Ecco che Dogen coniò gujin, un’altra cosa che ci viene in aiuto: gujin, immergersi completamente in ciò che si sta compiendo. Anche se non siamo proprio monaci Zen anche ora, in questo stesso istante possiamo praticare gujin lavandoci le mani, quando ci dedichiamo completamente a insaponare e strofinare le nostre mani per venti secondi sotto l’acqua calda.

Oppure, come quando i praticanti di Zen fanno samu – un’azione alla volta e completamente come atto di meditazione – possiamo immergerci nei compiti da fare in casa: cucinare, spolverare, metter in ordine, riparare, occuparci con attenzione dei nostri possedimenti, creare oggetti d’arte oppure fare un elenco di persone della nostra vita che sono in difficoltà e necessitano dei nostri aiuti.

Quelli di noi che non stanno a casa – che continuano a lavorare come autisti di bus, camionisti, guardie, giardinieri, infermieri, cuochi e cassieri – anche loro possono portare sincera attenzione di samu nel loro lavoro in mezzo dell’ansia. Compiere i nostri compiti sinceramente e pienamente può aiutarci a rimanere radicati e procurare un senso di soddisfazione. E, di conseguenza, incrementare il nostro senso di capacità.

Mentre ci impegniamo pienamente nell’azione fisica di lavarci le mani, compiere progetti a casa, o in attività lavorative, possiamo coltivare la presenza mentale. Questa si espande verso l’esterno badando a un bambino, facendo due passi all’aperto, andando a fare la spesa o recandoci al lavoro. Per poi, tornando a casa, prendere tutte le precauzioni perché il virus non possa entrare in casa nostra attraverso gli oggetti che ci portiamo dietro.

Con questa pratica possiamo anche sviluppare la nostra comprensione e la nostra attuazione della presenza mentale oltre semplicemente stare attenti: i termini in pali e sanscrito (sati e smrti), di solito limitatamente tradotti come “presenza mentale” portano invece la connotazione di “ricordarsi” e “tenere a mente”. Questo tipo di presenza mentale ci può proteggere quando stiamo per uscire di casa ricordando di metterci i guanti e tenendo a mente l’importanza di non toccarci il viso.

Tutto ciò può essere sostenuto dalla pratica, resa popolare da Thich Nhat Hanh e altri di pausare e fare alcuni respiri prima di agire. L’altro giorno, mentre stavo per entrare nel parcheggio di un supermercato e vedendo una lunga fila di persone col carrello ho sentito l’ansia nella mia mente e il respiro salire dalla pancia al torace. Ho cominciato a trafficare con la mascherina, i guanti e la lista della spesa.

Nel mezzo di questo vortice di panico un pensiero si è manifestato nella mia mente: “Prendi tre respiri.”

Dopo averlo fatto, mi sono incamminato verso la fila ricordandomi di un utile mantra: “Muoviti all’80% della velocità”. Nel momento in cui ho preso un carrello ero più tranquillo di prima.

Oltre ad una più precisa comprensione della sofferenza degli altri, penso che questa pandemia faccia emergere un altro aspetto del sentiero, almeno quello Zen: essere consapevoli delle piccole cose, come il volto di una persona cara, il sapore dolce del succo di frutta o i narcisi in fiore lungo il marciapiede. Certo, per chi è malato o senza lavoro, e fa fatica a pagare le bollette, ciò non è il focus della nostra attenzione primaria in questo momento.

Questa nostra attenzione si riflette nella pratica dell’apprezzamento della bellezza della primavera (per chi vive nell’emisfero nord) e ci offre una tregua dalla sofferenza dintorno a noi. Per chi sta a casa in questi giorni, le passeggiate quotidiane ci offrono l’opportunità di annusare i fiori, ascoltare gli uccelli e osservare gli alberi. Tutti noi possiamo praticare la gratitudine, contare le benedizioni e ringraziare per tutto il buono e bello che la realtà ci dona ogni giorno.

Probabilmente saranno mesi prima che possiamo alleviare il distanziamento sociale, vivere con meno paura e riprendere le attività che ci mancano. In questo senso, la pandemia è anche un’occasione per coltivare ksanti, la pazienza, una delle sei trascendenze (paramita) del Mahayana. Anche se siamo lontani dalla perfezione del ksanti necessario per terminare la sofferenza avremo sicuramente bisogno di forza emozionale per i prossimi tre mesi or sono dovendo stare ancora con il distanziamento sociale, posti di lavoro a rischio e problemi finanziari senza esaurirci.

Per chi di noi abbastanza fortunati di poter guardare questi tre mesi dal una casa sicura potrebbe essere di aiuto vedere questi tempi come un momento simile a un ritiro buddhista di novanta giorni. Certo, potrebbe durare più di tre mesi, ma comunque sia, la questione per la nostra pratica è come possiamo lavorare proficuamente in questo periodo, piuttosto che vederlo come un incubo senza fine. Tanti di noi si sono già ritirati dalla vita ordinaria, protetti a casa.

Abbandonando ogni attaccamento o aspettativa che il distanziamento sociale possa terminare presto possiamo invece focalizzare la nostra intenzione per impiegare questo tempo per coltivare la nostra pratica, che sia meditazione, canto, preghiera oppure estendere la nostra amorevole gentilezza. Come i Tre Gioielli (Buddha, Dharma e Sangha), possiamo prendere rifugio nella nostra pratica, ora, e considerare le nostre case, con i modi semplici della vita di adesso, come i nostri monasteri oppure almeno come i nostri dojo, il “luogo per ottenere il Sentiero”. 

Forse “ritiro” è la parola sbagliata in quanto, nei prossimi mesi, possiamo intravedere un’opportunità di andare oltre la nostra pratica individuale e vedere cosa potrebbe essere il “nuovo normale” per la nostra società e per il mondo.

Il “normale pre-pandemia” era afflitto da un crescente razzismo, disparità e un catastrofico squilibrio del clima.

Possiamo utilizzare questa crisi per porre fine alle strutture distruttive della politica e dell’economia e lavorare per un mondo radicato nei valori buddhisti della non violenza, generosità, amore, saggezza e liberazione. In questo momento di sofferenza e rigenerazione possiamo unirci a quelli che cercavano di mobilitare le masse per il necessario cambiamento strutturale.

Perciò la pandemia può anche concederci una più ampia nozione di Sangha.

In aggiunta ai nostri vecchi “gli amici del sentiero” (kalyanamitra), ora il nostro Sangha comprende anche una comunità di praticanti più estesa da quando abbiamo cominciato a praticare il distanziamento sociale – persone che abbiamo incontrato online o nelle comunità locali.

Questo frangente ci offre una possente occasione di estendere la nostra amorevole gentilezza agli altri, augurando loro incolumità e salute e infine attuare la nostra compassione – sempre che non ci troviamo noi stessi nella difficoltà di salute e finanziaria – compiendo sforzi per aiutare chi è ammalato, impaurito, finanziariamente compromesso oppure in solitudine.

Si può fare sostenendo i nostri vicini anziani, condividendo cibo e mascherine, contribuendo ai banchi di carità oppure facendo donazioni alle organizzazioni che aiutano chi ha perso il lavoro. Per questo molteplice raggio d’azione, possiamo ispirarci ad Avalokiteshvara dalle Mille Braccia che offre una mano (mille mani!) agli altri, congiungendo la compassione con la saggezza dell’upaya, gli abili mezzi, per individuare con precisione ciò che necessitano.

Anche se le nostre offerte sono molto più modeste, mediante esse possiamo iniziare a liberarci dall’avidità e attaccamento coltivando la saggezza e la compassione che è dietro la nostra Bodhicitta, la nostra mente dell’illuminazione che mira alla liberazione di tutti gli esseri dalla sofferenza.

Alla fine, questa “pratica di pandemia” si riduce a scegliamo di voler rispondere a ciò che sta succedendo ora.

Alcuni di noi chiarificheranno le loro intenzioni, prenderanno i voti e formulano le aspirazioni. Altri conterranno sui mantra per poter focalizzare le loro attività mentali, di parola e corpo.

Negli anni recenti, mentre sto invecchiando e rendendomi sempre più conto come la realtà continua a lanciarmi ostacoli, ho formulato un ricordino, una specie di mantra che è di aiuto di questi tempi tumultuosi: “Affronta ciò che arriva con presenza mentale, saggezza e compassione”. Forse questo potrà aiutarci a far emergere un nuovo mondo da questo caos.


Christopher Ives è Professore di Studi Religiosi allo Stonehill College del Massachusetts. I suoi studi sono diretti verso l’etica nel Buddhismo Zen e attualmente scrive sugli approcci buddhisti alla natura e questioni ambientali. Le sue pubblicazioni comprendono Zen on the Trail: Hiking as Pilgrimage (2018) e Imperial-Way Zen: Ichikawa Hakugen’s Critique and Lingering Questions for Buddhist Ethics (2009).

Traduzione dell’articolo Alarming Truths apparso su Tricycle il 15 aprile 2020.

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