Prepararsi alla morte

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Prepararsi alla morte

Lama Atisha, nel suo testo Lampada sul Sentiero per l’Illuminazione, attinge dai numerosi insegnamenti del Buddha sull’impermanenza per a meditare sul livello più grossolano del cambiamento e, in particolare, per prepararsi alla morte. Questo suo insegnamento, ponendosi in naturale continuità con meditazioni precedenti che miravano a focalizzarci sulla natura preziosa di questa vita e sul desiderio di non sprecarla, ci porta ad accrescere tale desidero attraverso la realizzazione che essa è destinata a finire in qualsiasi momento.

Diamo ora un’occhiata alla struttura logica che Atisha ci suggerisce per contemplare la morte – la nostra morte. 

1. La morte è certa

Il primo punto è che la morte è certa. Da un punto di vista intellettuale ne siamo pienamente consapevoli ma da un punto di vista emotivo ci aggrappiamo istintivamente a un senso di permanenza, di essere immutabili. Intellettualmente la cosa è chiara ma, emotivamente, viviamo negandola. Ricordiamoci, inoltre, del concetto universale espresso dal Buddha che evidenzia come nella nostra mente prevalgono concezioni errate su come noi pensiamo che i fenomeni siano, mentre siamo scollegati da come essi effettivamente sono.  

Tutto è impermanente. Non c’è un solo elemento  dell’esistenza dell’universo, che sia stato generato da causa ed effetto, che non sia in perenne mutazione.  La natura stessa di causa ed effetto è il cambiamento. Un sottile livello d’impermanenza determina la nascita di qualcosa e, contestualmente, in esso è contenuta anche la sua dipartita – non si può avere l’uno senza l’altro. Nel processo di causa ed effetto, nulla può esistere senza cambiamento, senza l’andare e il venire. Andare e venire, andare e venire. 

Dunque, è chiaro che la morte è certa. Come ci relazioniamo con questo?

Quando veniamo a conoscenza del fatto che qualcuno sta morendo, la nostra prima reazione è di sgomento – “ho parlato con lui soltanto ieri!”. Questo pensiero nasce dalla convinzione errata che considera la persona in oggetto come eterna.  Anche Lama Zopa Rinpoce ci richiama al fatto che noi tendiamo a pensare: “Io sono vivo, io sono vivo e lo era anche Mary, ci ho parlato ieri! Come può essere che oggi lei non ci sia più?” 

Tuttavia, quando pensiamo a una persona gravemente malata il nostro atteggiamento cambia. Ci riferiamo a loro parlando in toni sommessi “Oh, lei sta morendo”. Parliamo di loro facendo esclusivamente riferimento alla loro condizione, alla malattia. Quelle persone in qualche modo non sono più reali, sono solo persone che stanno morendo e per quanto possibile le evitiamo. Tutto questo è dovuto all’errata concezione che “il morire” definisce quelle persone, mentre “Il vivere” definisce noi stessi. Eppure, come dice Lama Zopa Rinpoche “ogni giorno persone viventi muoio prima di quelle morenti”.  

Fermiamoci un attimo a riflettere sul modo sciocco in cui parliamo – indicativo del fraintendimento che ottenebra le nostre menti. Ci piace dire frasi come: “Oggi mi sento così vivo” per indicare che ci sentiamo bene ma, scusate, anche le persone felici muoiono, le persone giovani muoiono, le persone sane muoiono. Forse sarebbe meglio dire “Beh, per ora non credo che morirò. Non sono poi così vecchio”. 

Dobbiamo, quindi, guardare in faccia alla realtà anziché fantasticare perché, come dice il Buddha, le fantasie ci hanno portato non pochi guai.

Pensare che non moriremo è una pura fantasia, ci dice il maestro, non perché vuole essere crudele con noi ma per riportarci alla realtà. Poiché la nostra coscienza è un continuum che non ha avuto inizio all’atto del concepimento, poiché essa continuerà oltre l’attuale esistenza, poiché ogni cosa che facciamo, diciamo e pensiamo lascerà dei semi nella nostra mente che germoglieranno come future esperienze, allora ha molto senso considerare la morte come un momento molto importante della nostra esistenza. Il Buddha ci dice che dato che ci sarà una transizione da questo corpo a un altro – anche se la cosa può spaventare visto che siamo disperatamente aggrappati a questa esistenza – dobbiamo abituarci, visto che lo abbiamo già fatto milioni di volte in passato.  

Noi crediamo di soffrire perché una persona è morta, ma non è vero.

Noi soffriamo – e questo è il punto sollevato dal Buddha – perché siamo in preda alla fantasia che non si dovrebbe morire. In altre parole, non siamo in grado di vedere la realtà delle cose. Viviamo negando e sovrapponiamo una fantasia alla realtà. 

Quindi, la morte è inevitabile ed è qualcosa di perfettamente naturale. Quando ci dicono che la zia Mary è morta, anziché sorprenderci dobbiamo prenderlo come un richiamo a  quello che il Buddha ci insegna. Tutto ciò che ha origine necessariamente muore, ma a causa del nostro attaccamento egoistico, questa innata concezione errata, noi disperatamente cerchiamo di non scomparire. Vogliamo continuare a essere noi stessi e non sopportiamo l’idea del cambiamento, dell’inevitabilità della fine – questo è il sogno in cui viviamo. 

Il pensiero “ovviamente non morirò!” è difficile da giustificare con un ragionamento logico, ma sappiamo bene che da un punto di vista emotivo vediamo la faccenda proprio in quel modo – ecco perché la notizia della morte ci sconvolge ogni volta. Un modo semplice per cercare di familiarizzarci con il concetto dell’ineludibilità della morte è quello di guardare la morte di un altro essere – una persona, un insetto, una animale domestico – ricordando che si tratta di un processo naturale che un giorno interesserà anche noi.

2. Il momento della morte non è prestabilito

Il secondo punto che ci porta più vicini al cuore della questione, è che non sappiamo quando moriremo. Anche se siamo avanti con gli anni e abbiamo cercato in qualche modo di pensare all’evento investendo in polizze assicurative, stilando un testamento e prendendo accordi per il funerale, è alquanto improbabile che potremo dire “la prossima settimana ho il dentista poi, quella dopo morirò”. Possiamo pianificare una vacanza tra cinque anni ma non il giorno della nostra morte perché nonostante noi sappiamo che l’evento è inevitabile, non vogliamo accettare il fatto che la scelta del momento è totalmente al di fuori del nostro controllo. Ci sentiamo vivi, pieni di energia e in salute, come possiamo contemplare l’eventualità di morire a breve? Se qualcuno ci chiedesse di calendarizzare la nostra morte, di aggiungerla ai programmi  di vita per i prossimi dieci anni, penseremo che stia scherzando. 

Non abbiamo idea di quando avverrà – sappiamo solo che sarà in un futuro più o meno distante ma non possiamo non riconoscere che in mancanza di una qualsiasi indicazione del momento, non possiamo escludere che possa avvenire già oggi stesso. Il pensiero però ci  fa sorridere: “Certo che non morirò oggi! Domani? Nemmeno. Tra una settimana? Non essere ridicolo!” Si racconta di un astrologo tibetano che aveva previsto che sarebbe morto in un giorno preciso. Arrivato il momento si convinse di essere in errore e si mise a rivedere  i suoi calcoli e a pensare “Dove ho sbagliato?”.

La storia dice che mentre stava riflettendo, si stava grattando l’orecchio con un oggetto appuntito. All’improvviso un colpo di vento fece spalancare la finestra che colpì la sua mano facendo penetrare l’oggetto  fino al cervello causandogli una morte istantanea. Così morì proprio nel giorno che aveva previsto, ma il suo pensiero iniziale fu d’incredulità: “Deve esserci un errore, io sono ancora vivo”. 

È vero anche che se decidessimo di approfondire la questione, di meditarci sopra e di esplorare a fondo questo aspetto cruciale della nostra esistenza, ne saremo spaventati – non siamo in grado di sopportare l’idea che dobbiamo morire e ancor meno  di elaborare il processo che ci porta a quel fatidico momento. Pensiamo per un attimo alle persone che si trovavano al centesimo piano del World Trade Center, pensiamo alle storie che abbiamo letto di mariti e mogli che si scambiavano frasi affettuose prima di essere travolti dalla distruzione. Loro hanno avuto solo pochi istanti per lasciare andare tutti gli attaccamenti e riconoscere l’impermanenza. Quello che il Buddha ci sta dicendo è che grazie alla preziosa esistenza umana,  noi abbiamo il lusso di preparaci adeguatamente – di realizzare che il momento della morte è davvero incerto. 

3. Cos’è davvero importante per prepararci al momento della morte?

Questo ci porta al nodo della questione – al momento della morte, quando la coscienza lascia il corpo, che cosa conta davvero? Cos’è realmente importante per me? 

Questo non è il modo con in cui pensiamo al fenomeno della morte. Per noi la morte è semplicemente la fine, una specie di buco nero che ci inghiottirà e del quale non si sa nulla. Dovremmo, invece, pensare alla morte in termini di una coscienza che continua nel tempo, che si trasferisce in un nuovo corpo, una nuova casa. Si tratta di una transizione non facile e più siamo aggrappati a questa casa, più doloroso sarà il passaggio. Quindi, se non abbiamo mai affrontato il principio dell’impermanenza, la nostra impermanenza, e se non abbiamo mai riflettuto sull’ineludibilità della morte e l’imprevedibilità dell’evento, allora quando succederà sarà un’esperienza terrificante.

In quanto buddhisti siamo consci del fatto che si tratta di una migrazione da un corpo a un altro e la nostra pratica ci insegna che dobbiamo prepararci all’evento – un evento di grande portata. E’ un po’ come cambiare casa, un evento destabilizzante che richiede una attenta preparazione. Quindi, dobbiamo lavorarci sopra da subito – non possiamo semplicemente dire che quando avverrà lo gestiremo sul momento.

Siamo abituati a preparaci per gli eventi futuri, anche i più insignificanti, soprattutto se non sappiamo bene cosa fare.

Prendiamo l’esame della patente. Di certo non ci limitiamo a una semplice scrollata di spalle, del tipo: “quando sarà il momento, gestirò la cosa”, e così studiamo, facciamo pratica. Lo stesso deve valere per la morte, soprattutto se pensiamo che non sia semplicemente un buco nero che ci inghiottirà ma piuttosto una transizione. Questa è la visione buddhista: una transizione da un corpo a un altro. Quindi, non è un evento da sottovalutare, e non sto parlando di preoccuparsi di acquistare per tempo una bella bara o di prenotare un posto al cimitero. Queste cose sono riferite al corpo il quale, quando la coscienza lo abbandonerà definitivamente, sarà ormai in fase di decomposizione. Lasciamo che siano altri a preoccuparsi del corpo – il Buddha ci insegna che dobbiamo preparaci interiormente, dobbiamo preoccuparci della nostra mente. 

Ma come ci si prepara alla morte? Immaginare ciò che avverrà in quel momento può essere di aiuto ma non è la pratica principale. Non ci si prepara alla morte pensando a un processo che avverrà in un futuro, ci si prepara esplorando ora il concetto d’impermanenza.  Come ci si prepara all’esame per la patente? Facendo ora pratica di guida. Quindi, ci si prepara alla morte guardando in faccia alla realtà, vivendo ogni giorno la propria vita in un modo che ci prepara all’inevitabile. 

La conclusione che possiamo trarre da tutto questo è che si tratta di un vero e proprio campanello d’allarme  e il punto che Atisha sottolinea è proprio questo: prepariamoci alla morte.

In altre parole, cambiamo ora il nostro modo di pensare e, di conseguenza, cambiamo il nostro modo di vivere. Così come ci prepariamo per il giorno del matrimonio o per l’esame della patente – prepariamo le cose ora così quando arriverà il momento tutto filerà liscio. 

Torniamo, quindi, alla domanda: cosa conta davvero al momento della morte? Beh ci sono alcuni dati di fatto – andiamo a esaminarli.

Innanzitutto, c’è l’affermazione del Buddha che la nostra coscienza non è sorta all’atto del concepimento ma proviene da tempo immemore ed è destinata a perdurare nel futuro. Poi c’è la certezza che tutto ciò che abbiamo detto, fatto e pensato nel corso di questa vita, nonché nelle infinite vite passate, lascerà un seme nel nostro continuum. Questi semi, poi, matureranno come esperienze nelle vite future. Azioni negative di corpo, parola e mente lasciano semi che daranno vita a esperienze negative, così come azioni positive porteranno a esperienze positive.

Infine, dato che noi non desideriamo la sofferenza ma la felicità, si può concludere che ciò che conta al momento della morte sono solamente i semi positivi – tutto qui.

Il corpo non serve a nulla. Penso spesso alla principessa Diana, morta a soli 36 anni. Un corpo bellissimo, curato, una donna innamorata che viveva in uno stato di beatitudine, etc. Ma è morta lo stesso e nel momento della morte, le uniche cose che potevano esserle di aiuto erano i semi che le sue azioni virtuose avevano depositato nella sua mente.  Tutto il resto era totalmente inutile. 

Le cose che noi consideriamo più importanti nella nostra vita, il Buddha le considererebbe prive di sostanza e se le analizziamo alla luce di quanto detto finora, non potremo non essere d’accordo. Se chiediamo alle persone quali sono le cose che danno un senso alla vita, ci risponderanno tutte con lo stesso mantra: famiglia e salute. Il Buddha obietterebbe dicendo che non abbiamo colto il nocciolo della questione. Se fossero davvero così importanti, al momento della morte sarebbero di un qualche beneficio per noi, ma non è così. 

La famiglia, il marito, i figli, i possedimenti, la bella casa, la salute, il corpo perfetto, la reputazione, i soldi in banca – tutte le cose per le quali ci siamo dati tanto da fare fermamente convinti che esse rappresentino il succo della nostra esistenza, sono tutte cose che al momento della morte si sgretoleranno.

Ci piace scherzare dicendo che non c’è nulla che possiamo portare con noi nel momento del trapasso, ma non è un concetto banale. 

Quindi, se le cose stanno davvero così, allora è meglio che ci prepariamo conducendo un’esistenza sensata, cercando di rimuovere tutti i semi negativi che abbiamo depositato e cercando di seminare positivamente – questo sì che ha un senso. Dobbiamo prepararci per il grande momento e lo dobbiamo fare meditando e ragionando, così da non essere colti di sorpresa o travolti dalla paura. Saremo preparati perché avremo vissuto praticando l’etica, la benevolenza, astenendoci dall’arrecare danno ad altri.

Ovviamente non dobbiamo avere un approccio fondamentalista; non dobbiamo liberaci di nostro marito, dei figli, non dobbiamo rinunciare alla nostra reputazione o dilapidare tutti i nostri beni, ma bensì dobbiamo cambiare il modo con cui ci relazioniamo con queste cose. Dobbiamo imparare a guardarle da una prospettiva diversa. Abbandoniamo l’attaccamento per la casa, la famiglia, il corpo. Abbandoniamo la gelosia, la paura, la nevrosi, l’attitudine a biasimare tutto e tutti perché le impronte mentali che esse generano saranno presenti nel momento della morte, e il loro effetto non sarà positivo. 

Non aspettiamo di essere arrivati al capolinea – sarà troppo tardi – iniziamo ora a seminare bene.

Riconosciamo che la nostra vita dovrà cambiare poiché la morte è inevitabile e imprevedibile. Non ci saranno preavvisi, nessuno ci dirà “Robina preparati, hai ancora dieci respiri”. Se siamo fortunati ci ammaleremo prima di morire così avremo una qualche possibilità di preparaci all’evento. I miei amici buddhisti detenuti nel braccio della morte sono stati obbligati a confrontarsi con la realtà della loro morte e hanno la possibilità di prepararsi. Sono fortunati. 

Tratto dal blog della Venerabile Robina Courtin, tradotto da Ivano Colombo. L’immagine utilizzata fa parte delle opere di Tashi Mannox.

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