Il rapporto tra le due verità

Il rapporto tra le due verità

Tratto da Verità convenzionale, verità ultima di Ghesce Tashi Tsering

Potrebbe sembrare che la verità relativa e la verità ultima siano due cose completamente estranee, ma non è così. Questo è un aspetto che gli studiosi Madhyamaka discussero a fondo, poiché lo si riteneva cruciale per la comprensione della linea sottile che separa l’illusione dalla realtà.

Anche le tre scuole inferiori si interrogarono sul rapporto tra le due verità, ma le loro conclusioni non raggiungono il livello di elaborazione, su questa relazione intima e critica, a cui sono pervenuti gli studiosi Madhyamika. Per le scuole inferiori, gli oggetti esistono in quanto reali e su di essi è posta una caratteristica: l’assenza di un sé o vacuità.

Secondo i sostenitori del pensiero Madhyamaka, il rapporto tra le due verità non potrebbe essere più stretto dal momento che verità relativa e la verità ultima rappresentano aspetti diversi di qualunque fenomeno. Nell’esempio del libro, l’oggetto stesso è la verità relativa e la sua vacuità è la verità ultima. Si afferma che le due verità siano un’unica entità ma isolati differenti. Considereremo questi due termini nella sezione successiva. Innanzitutto, è necessario chiarire che verità convenzionale e verità ultima non sono la stessa cosa. Infatti, sono mutualmente esclusivi. Il mio corpo ha queste due verità: è una verità convenzionale, ma ha una verità ultima. Non esiste un fenomeno che sia allo stesso tempo una verità convenzionale e una verità ultima. Ciò implica che qualsiasi fenomeno esistente deve essere o l’uno o l’altro. Non c’è nulla che sia entrambe le cose e non c’è nulla che non sia nessuna delle due cose.

Al momento vediamo tutte le cose come se avessero un’esistenza intrinseca, di conseguenza non riusciamo a vedere la loro vacuità di esistenza intrinseca o inerente. Quando saremo sufficientemente esperti e riusciremo a percepire direttamente la vacuità, saremo in grado di comprendere come tutte le cose siano prive di un’esistenza intrinseca, quindi non avremo più la percezione che esistono intrinsecamente. Questo è ciò che si intende con mutualmente esclusivo.

Realizzando la mancanza di esistenza intrinseca, si esclude l’esistenza intrinseca. Poiché la verità convenzionale e la verità ultima sono mutualmente esclusive dobbiamo considerare che, se in questo momento la nostra mente sta sperimentando la realtà convenzionale del nostro senso dell’“io”, allora non può sorgere la realtà ultima del nostro senso dell’“io” e viceversa. Quando raggiungeremo uno stadio in cui realizzeremo il modo ultimo di esistenza del nostro “io” (che è la sua assenza di esistenza intrinseca, la sua vacuità o verità ultima) non potremo avere simultaneamente una mente che realizza la realtà convenzionale del nostro “io”. Questo è il punto. Comprendere che il mio corpo è impermanente arresterà immediatamente il mio modo di afferrarlo come permanente, perché questi due fenomeni sono mutualmente esclusivi.

Se potessimo veramente realizzare che il corpo è un prodotto (prodotto e impermanente sono identici in tutto, tranne che nella terminologia), dipendente da cause e condizioni, faremmo un notevole passo avanti nell’eliminare l’attaccamento al corpo, semplicemente perché le due menti non possono coesistere allo stesso tempo. Sono mutualmente esclusive. Naturalmente questo processo nella comprensione dell’impermanenza non scatta come l’interruttore della luce, che può essere spento o acceso. Deve avvenire lentamente, attraverso lo sforzo, con momenti di realizzazione che diventano gradualmente più frequenti. Lentamente arriveremo a conoscere l’impermanenza del nostro corpo o del nostro senso dell’“io” e altrettanto lentamente perderemo l’abitudine di aggrapparci alla sua permanenza, man mano che l’abitudine contraria acquisterà forza. Mi piacerebbe chiedere a un regista cinematografico come vede i suoi film. Il suo coinvolgimento è come quello del pubblico? Ha la sensazione che ciò che sta accadendo sia reale? Oppure il processo di trascorrere ore e ore, anche per una piccola scena, farà si che ogni volta che lo guarda scorrere sullo schermo, vi sia un certo distacco? Mentre noi siamo in lacrime, lui osserverà il modo in cui erano disposte le luci, se la telecamera era a fuoco o se gli attori recitavano bene.

Molti grandi maestri, come Nagarjuna, affermano che quando il nostro senso dell’io e il suo reale modo di esistere si accostano sorge un’enorme paura. Man mano che le nostre meditazioni ci introducono nel modo in cui l’io esiste realmente, il senso convenzionale dell’io diminuisce. Poiché queste due comprensioni sono mutualmente esclusive, è come se l’io stesse scomparendo, sebbene naturalmente non sia questo ciò che in realtà sta accadendo. La paura è generata dall’ingannevole aggrapparsi a un senso di identità intrinseca nel momento in cui emerge la sensazione di perderla e divenire inesistenti. Ovvio che ne siamo terrorizzati. “Noi” non stiamo scomparendo. Siamo aggrappati a quel falso senso di un “io” da sempre, ed è naturale che sia difficile rinunciarvi. La sensazione è come perdere l’esistenza mentre in realtà quello che si sta verificando è il semplice accostamento tra l’apparenza dell’oggetto e la sua effettiva modalità di esistenza. Questa paura è un indizio del fatto che la verità convenzionale e la verità ultima sono mutualmente esclusive.

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