La vera rinuncia

La vera rinuncia

Da un insegnamento di Lama Yeshe all’Istituto Nagarjuna, Ibiza, Spagna, 1978

Perché noi esseri umani soffriamo e perché siamo costantemente confusi? Perché la nostra mente cerca sempre di afferrare la felicità e il piacere, senza averne compreso la natura transitoria. Se avessimo sviluppato una saggezza penetrante, sapremmo che è esattamente questa mancata comprensione a crearci dei problemi e che è superando l’attaccamento ai piaceri ordinari che potremo percorrere la strada che ci condurrà alla gioia della liberazione interiore e alla liberazione dalla sofferenza. 

Dobbiamo quindi imparare a sperimentare il piacere rimanendo distaccati. In altre parole, dobbiamo imparare la rinuncia, la pratica di base del sentiero della liberazione.

La maggior parte di noi non conosce il vero significato di “rinuncia”. Ci infastidisce persino sentirne parlare perché pensiamo equivalga a dire che, per raggiungere la liberazione interiore, sia necessario soffrire. “Questo Lama mi sta costringendo a soffrire invece di rendermi felice”. Ma “rinuncia” non significa che dobbiamo rinunciare alla felicità o che è auspicabile soffrire. Al contrario, il suo obiettivo è farci raggiungere uno stato al di là della sofferenza.

La radice di tutti i problemi – le difficoltà di comunicazione e di relazione, le nostre fantasie nevrotiche, le aspettative, le frustrazioni, i dubbi e così via – sono il risultato di una mente che insegue costantemente il piacere e questa mente è il risultato del nostro fraintendimento della realtà. Ecco che cosa fa soffrire gli esseri umani. Con questo approccio sbagliato anche un corso di meditazione può causare sofferenza: vi aspettate di arrivare alla fine felicemente illuminati, ma vi scoprite solo tristemente delusi.

Lo scopo della nostra vita quotidiana è soddisfare ogni desiderio sensoriale che nasce giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Cerchiamo di raggiungere la felicità inseguendo qualcosa che per sua natura è transitorio. Questa aspettativa, derivante da una visione errata della realtà, non potrà mai essere soddisfatta, ed è quindi totalmente priva di logica. È impossibile raggiungere la felicità ultima fino a quando non avremo sviluppato una vera e propria avversione per questa istintiva rincorsa al piacere. Finché questa mente che cerca di afferrare il piacere non viene sottomessa è ridicolo dire “Sto cercando la liberazione interiore”. I metodi per domare la mente possono sembrare semplici, ma sono quasi completamente inaccessibili alla maggior parte delle persone, che li trovano estremamente difficili da praticare.

Un metodo per capire come funziona il nostro istinto a inseguire il piacere consiste nell’osservare il modo in cui reagiamo quando sentiamo il nome della nostra città natale, dei nostri amici o parenti, o il suono del nostro nome. Nella nostra mente sorgono automaticamente una forte attrazione e un forte interesse. Quando i grandi yogi e i grandi santi del Tibet hanno scoperto questa reazione incontrollata, hanno abbandonato le loro case e le loro famiglie, in cerca della massima tranquillità. 

Il problema di rimanere vicino a casa nostra, ovvero alla fonte dei nostri attaccamenti, è che proviamo sensazioni intensamente piacevoli – e a cui siamo attaccati – rispetto al luogo dove abbiamo imparato a fumare, a bere e fare feste meravigliose con i nostri amici. La casa diventa il simbolo delle nostre gratificazioni sensoriali e la mente si aggrappa a questi ricordi. E se non siamo particolarmente legati ai nostri amici o parenti, di solito loro sono legati a noi. La soluzione è la rinuncia. La rinuncia non è solo distacco fisico ma soprattutto distacco interiore dal piacere e dal coinvolgimento della casa. Questa è la rinuncia.

Anche se molte persone lasciano il proprio Paese per trasferirsi altrove questa non è vera rinuncia. E’ la loro mente emotiva e agitata a farli andare via di casa. Sperano in un cambiamento interiore andando a stare da un’altra parte, ma in realtà non c’è alcuna differenza: il loro abituale modo di pensare e di agire è con loro, ovunque vadano.

Un grande esempio di vera rinuncia è Buddha Shakyamuni. Come essere risvegliato è venuto su questa terra per mostrare agli altri la via dell’illuminazione. Nato in una famiglia reale in India, visse una vita tranquilla, circondato dal lusso, da parenti amorevoli, da servi devoti e sudditi fedeli. Col tempo però iniziò a esaminare da vicino la natura di quell’esistenza e vi trovò solo confusione e insoddisfazione. Così abbandonò il suo regno per vivere da asceta.

Se guardiamo al di là dei semplici fatti storici, possiamo comprenderne il significato simbolico: Buddha rinunciò alla sua vita di benessere e auto-indulgenza come risultato della scoperta del dolore insito in ogni piacere. Si rese conto che aggrapparsi al piacere sensoriale è un ostacolo alla pace interiore, che è la vera felicità. 

Non sorprende che incontriamo enormi ostacoli quando cerchiamo di controllare il nostro istintivo desiderio di soddisfare le nostre voglie sensoriali; basta pensare a quanto la nostra vita non è altro che inseguire un piacere dopo l’altro. L’attaccamento è il risultato della convinzione errata che è solo essendo autoindulgenti che riusciremo a soddisfare il nostro onnipresente desiderio di felicità. Ma se per un momento facciamo un passo indietro ed esaminiamo con saggezza penetrante la natura stessa del piacere che tentiamo di afferrare scopriremo che il dolore che vi è insito consiste nella sua transitorietà. Il piacere non dura e per questo è per sua natura insoddisfacente. 

La meditazione fa emergere la dolorosa natura dell’attaccamento attraverso la scoperta di quelle che sono note come le “otto preoccupazioni mondane”, esposte nel testo di Lama Tsongkhapa “Gli Stadi del sentiero per l’illuminazione”. Attraverso la meditazione analizziamo gli effetti disturbanti di otto stati d’animo tra loro interrelati. Indaghiamo sulle emozioni che si provano incontrando i quattro principali oggetti dell’attaccamento – i piaceri dei sei sensi (i cinque sensi fisici più la mente), i beni materiali, la lode e le parole e suoni piacevoli – e quanto siamo infelici quando ne siamo privati o non riusciamo a ottenerli.

In base a queste condizioni esterne di guadagno o perdita pensiamo: “Sono davvero felice” oppure “Sono davvero infelice!” Una profonda riflessione sulla nostra esperienza quotidiana delle otto preoccupazioni mondane ci porta inevitabilmente alla conclusione che esse sono incompatibili con la ricerca della pace interiore. Anche se abbiamo meditato a lungo, non possiamo essere ritenerci veramente persone spirituali sulla via della liberazione se ancora siamo afflitti da questi otto dharma mondani.

È sciocco credere di essere spiritualmente motivati se permettiamo alla nostra mente di essere sballottata dall’attaccamento, come una scimmia che passa le giornate a saltare da un ramo all’altro. Osservate quella scimmia e vi rendete conto di quanto sia ridicolo il suo comportamento, ma ancora non riuscite a capire che voi state facendo esattamente la stessa cosa. La vostra mente distratta non riesce a stare ferma per un momento, passa incessantemente da un oggetto desiderabile a un altro. Pensateci e vi renderete conto che questa è una descrizione accurata della vostra vita, non un concetto filosofico astratto. È un resoconto oggettivo del modo in cui funziona la vostra mente.

La mancanza di controllo è comune a tutti gli esseri senzienti – dall’insetto più piccolo fino agli esseri umani – ed è causata dall’ignoranza. Questo però non significa che la natura della nostra mente è fondamentalmente negativa, ma semplicemente che attualmente la nostra mente è ignorante e si attacca a piaceri illusori che inevitabilmente ci deluderanno, causandoci solo sofferenza. Così, per il nostro benessere, è essenziale indagare e comprendere appieno la vera natura della nostra esistenza e tagliare la radice dell’ignoranza con la spada della saggezza.

È impossibile raggiungere la libertà da ogni sofferenza mentale e fisica degli esseri illuminati  senza rinunciare all’attaccamento ai piaceri dei sensi. Noi invece abbiamo un appetito insaziabile per il buon cibo, per la compagnia degli amici, per spiagge assolate o gite in montagna. Dedichiamo la maggior parte della vita alla ricerca del piacere. Quindi è evidente che non abbiamo ancora messo in pratica il consiglio di Buddha: sbarazzarci della convinzione, assurda ed errata, che i piaceri transitori siano la fonte della vera felicità. Quei piaceri non hanno una qualità solida e duratura, quindi non ha alcun senso perseguirli così febbrilmente.

Nessuno si aspetta che accettiate queste idee semplicemente sulla parola o per fede. Tuttavia, è bene essere aperti e ascoltare ciò che comunicano perché dimostrano che la sofferenza è un processo interiore causato dai nostri atteggiamenti mentali. È nostra responsabilità indagare su quanto siano effettivamente vere e scoprire da soli qual è la vera natura della felicità e della sofferenza. Domandatevi: “Quello che sto facendo mi rende davvero felice o mi finirà per deludermi?” Questo metodo di analisi si basa su un ragionamento corretto.

Un altro modo per indagare e comprendere la realtà dell’attaccamento è riflettere sulle sofferenze che avete provato in passato: cercate di ricordare quali eventi le hanno causate e scoprirete che, anche se non vedevate l’ora di divertirvi, è il piacere che vi aspettavate che si è trasformato in dolore. Forse siete andati a fare un’escursione e vi sono venute delle vesciche ai piedi; stavate scalando una montagna, siete scivolati e vi siete rotti una gamba; avete passato una giornata intera al sole, in spiaggia, e vi siete scottati. Considerare queste e altre situazioni come un mezzo per comprendere l’evoluzione del dolore: è un modo semplice e pragmatico per osservare la vera natura dei piaceri transitori.

Capirete anche che qualsiasi cosa decidiate di fare è dettata dal desiderio di essere felici. Dal momento in cui siamo nati fino a ora, non abbiamo fatto altro che aspettare con trepidazione il prossimo piacere, pensando: “Ecco, questa volta sarà davvero meraviglioso! Finalmente sarò felice!”.  Ma è veramente andata a finire così? Meditate. Usate la vostra saggezza e scoprirete che avete vissuto come una falena che si agita nell’oscurità.

A volte ci arrabbiamo per delle semplici parole, o per i nostri beni, perché crediamo che siano la fonte della vera felicità. È facile capire quanto sia malato un simile atteggiamento. Ve lo ripeto ancora una volta: questo atteggiamento mentale deriva da una visione errata della realtà, dalla illogica importanza che attribuiamo a cose banali e insignificanti, mentre ciò che davvero conta è fare uno sforzo deliberato per capire quanto sia distorta e insidiosa la nostra visione abituale e quanto da essa non risulti altro che delusione e infelicità.

Anche se siamo convinti di essere alla ricerca della verità, pochissimi sono determinati a eliminare le visioni errate. È come se la mente fosse divisa a metà: una metà vuole soggiogare l’attaccamento, l’altra continua a vacillare. Il risultato è una mente “yo-yo”, che si muove costantemente su e giù: metà vuole godersi la spiaggia, l’altra metà cerca di meditare. Non abbiamo una mente ferma e imperturbabile.

Dopo tutto questo parlare di visioni errate, di atteggiamenti sbagliati, di ignoranza e sofferenza potremmo arrivare a pensare che la nostra stessa essenza sia impura. Ma non lo è. Ogni essere senziente possiede un’essenza pura, la natura di buddha. Semplicemente è oscurata da una coltre di ignoranza. Alcuni credono che i bambini siano naturalmente puri finché la loro mente non viene corrotta dalla società, ma una coscienza chiara e tranquilla è presente sia nei bambini sia negli adulti solo che è oscurata da idee sbagliate che danno origine al desiderio e alla sofferenza invece che alla gioiosa consapevolezza della purezza fondamentale della mente di ciascuno di noi.

A qualunque livello sociale e culturale, tutti annaspano nel pantano delle proprie allucinazioni: i poveri pensano che i ricchi siano felici, i ricchi disprezzano i poveri, considerandoli dei miserabili. In realtà, entrambe le opinioni sono sbagliate, poiché si basano sulla convinzione, superficiale ed errata, che la vera soddisfazione dipenda interamente dal benessere materiale. Ma è vero l’esatto contrario: la felicità si trova nella mente che non rincorre il piacere dei sensi.

Che cosa possiamo fare quando il nostro istinto ci spinge ad agire nella direzione opposta a ciò che davvero ci fa bene? Con infinita saggezza e compassione, gli esseri illuminati ci hanno mostrato la via per liberarci da questa confusione. La via è la meditazione sull’impermanenza dei fenomeni e sulla morte, esposta negli Stadi del Sentiero per l’Illuminazione. Attraverso queste meditazioni possiamo capire come impermanenza e morte siano parte integrante della nostra esistenza dal momento esatto in cui nasciamo. Meditando con costanza svilupperemo un po’ alla volta una consapevolezza intuitiva di questa verità, diventeremo sempre più consci dell’inevitabilità della morte e il nostro desiderio compulsivo di piaceri illusori si placherà spontaneamente. Lentamente ci accorgeremo che per tutta la vita ci siamo dati un gran da fare con l’aspettativa di raggiungere, un domani, felicità e benessere; ci renderemo conto di tutti gli innumerevoli esseri che hanno vissuto intrappolati in un labirinto di speranze e aspettative disattese, per poi morire disillusi e amareggiati.

Anche se non siete grandi yogi, dotati di incredibili poteri meditativi, dovreste almeno cercare di sviluppare la semplice ma chiara comprensione del fatto che non siete al mondo al solo scopo di gratificare i vostri desideri materiali. Questa comprensione fa sorgere la ferma determinazione a rinunciare all’attaccamento, determinazione che da sola diventa la causa della vostra futura liberazione dalla sofferenza. Quando avrete raggiunto quello stato di coscienza davvero libero, anche la peggior catastrofe non riuscirà a turbarvi. In questo mondo travagliato si verificano in continuazione disastri ineluttabili. Ognuno di noi ha quindi la responsabilità di raggiungere per se stesso un livello di coscienza che immunizza da tutte le avversità.

Il Buddhismo potrebbe sembrare radicale nel proporre una vita di rinuncia così estrema da non meritare di essere vissuta ma, a una più attenta analisi, si rivela essere una filosofia piena di compassione, che mira a portare tutti gli esseri a diretto contatto con la propria vera natura. Quando gli esseri umani mettono in pratica gli insegnamenti, realizzano il loro innato potenziale e vivono su un piano superiore. Preoccuparsi esclusivamente dei bisogni materiali è ciò che fanno le formiche e i polli, che passano la maggior parte del tempo a procurarsi cibo e acqua. La nostra intelligenza umana dovrebbe guardare al di là della mera gratificazione dei sensi e, come minimo, dovremmo avere una comprensione dell’esistenza più profonda di quella di una gallina.

Come ha fatto il grande yogi tibetano Milarepa a vivere felicemente, da solo nella sua grotta sull’Himalaya, senza possedere nulla e nutrendosi solo di ortiche? Ci è riuscito perché non aveva desideri. Vedete, la sofferenza non risiede negli oggetti esterni, in una grotta o nel nostro corpo. È la nostra mente ignorante a essere infelice. Possiamo prendere Milarepa come esempio e cercare di rinunciare alla mente dell’attaccamento, proprio come ha fatto lui, conducendo una vita libera da inutili sofferenze senza necessariamente abbandonare il mondo per trasferirci in una grotta. L’unico requisito per ottenere la tranquillità e la felicità di Milarepa è una mente liberata dall’attaccamento.

Quando diciamo che la liberazione dipende da una mente che non prova più alcun attaccamento non intendiamo dire che dovete sbarazzarvi di tutto ciò che avete. Ci sono diversi livelli di pratica, a seconda delle capacità individuali. Ci sono momenti in cui rimanere a contatto con gli oggetti di attaccamento può dare luogo a grandi conflitti e in questi casi dovreste separarvene fisicamente. In generale, però, è sufficiente la trasformazione del rapporto interiore che avete con gli oggetti desiderabili. Pensare che il samsara sia costituito dagli oggetti esterni – il mondo, il proprio corpo e le altre persone – e di dovervene liberare è completamente sbagliato. Il samsara è dentro di voi e se non trasformate il vostro atteggiamento mentale potete andare a meditare in una grotta, ma il samsara sarà sempre lì al vostro fianco.

Quando ascoltiamo per la prima volta gli insegnamenti buddhisti sulla saggezza, la compassione e la rinuncia dovremmo anche evitare di farci prendere da un eccesso di zelo e pensare di abbandonare immediatamente tutti i nostri averi per dedicare il resto della nostra vita al prossimo. È impossibile trasformare istantaneamente la propria mente in quella di un grande asceta. Non è come entrare in un negozio, comprare un po’ di vernice e tinteggiare velocemente una stanza. Per modificare il comportamento abituale della propria mente ci vuole tempo e costanza ed è solo dopo un lungo e graduale processo di meditazione, con frequenti conferme da parte della vostra saggezza analitica, che si manifesteranno la crescita e infine la perfezione.

Che cosa possiamo fare per liberarci dell’attaccamento? Una pratica eccellente per allenare la mente è quella di sostituire la preoccupazione per noi stessi con la preoccupazione per gli altri. Di solito ci preme solo del nostro benessere, ci stanno a cuore solo me, mio, io, io, io. Nella nostra mente non c’è spazio per gli altri, se non a parole. Questo atteggiamento può essere cambiato prima osservando in che modo una mente così egocentrica ci causi solo degli svantaggi, e poi praticando un metodo di trasformazione del pensiero in cui scambiamo l’oggetto della nostra preoccupazione: abbiamo a cuore gli altri invece che noi stessi.

Un altro potente metodo di trasformazione del pensiero è la meditazione sull’equanimità: coltiviamo un sentimento di sincero affetto e preoccupazione per chiunque, eliminando il nostro abituale attaccamento per gli amici e l’avversione per i nemici attraverso l’uso del ragionamento e della logica. In questo modo arriveremo a comprendere come amici e nemici sono ugualmente gentili e disponibili, provando solo compassione e amore per entrambi e per tutti gli altri.

Un terzo metodo si chiama “dare e prendere”. In questa meditazione offriamo mentalmente agli altri tutti i nostri beni materiali, le nostre buone qualità e i meriti, e prendiamo su di noi  tutti i loro problemi, i dolori e le malattie sotto forma di un fumo nero che, inspirando, facciamo entrare nel nostro cuore. Questa tecnica demolisce un po’ alla volta quell’ego che vuole sempre il meglio per sé e cerca di evitare ogni minimo disagio.

La pratica costante di queste meditazioni vi aiuterà a distruggere il vostro egocentrismo. 

Tradotto da True renunciation – Lama Yeshe Wisdom Archive

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