Premio Nobel per la pace: 30 anni dopo

Non è un caso se è oggi, il 10 dicembre, la giornata che il Tibet Festival ha deciso di dedicare a Sua Santità il XIV Dalai Lama. Ogni anno in questo infatti viene consegnato a Oslo il Premio Nobel per la Pace, un riconoscimento per l’impegno.

E trent’anni fa, il 10 dicembre 1989, è stato il Dalai Lama a salire sul palco del Centro Nobel per la Pace e a ricevere il premio. Fu un’assegnazione inaspettata: nell’anno in cui cadde il Muro di Berlino  e la guerra fredda si avviava alla fine, fu premiato un capo di governo e leader religioso di una terra occupata, mentre infuriava la violenta repressione di piazza Tienanmen in Cina. E non a caso, la motivazione del premio mette in luce proprio l’impegno del Dalai Lama a rifiutare la violenza nella battaglia per la liberazione del suo Paese.

Il discorso del 1989

Fratelli e sorelle. È un onore e un vero piacere per me essere oggi qui tra voi. Sono veramente felice di vedere tanti vecchi amici giunti dai più remoti angoli del mondo e di vederne di nuovi che mi auguro di incontrare ancora in futuro. Quando incontro delle persone nelle diverse parti del mondo, questo mi ricorda sempre quanto siamo sostanzialmente uguali: tutti esseri umani; forse vestiti in modo diverso, con la pelle di colore diverso, che parlano lingue differenti. Ma questo è solo ciò che appare in superficie, fondamentalmente siamo gli stessi esseri umani e questo è ciò che ci lega l’uno all’altro. Questo è ciò che ci consente di comprenderci l’un l’altro, di fare amicizia e sentirci vicini.

Riflettendo su ciò che potrei dire oggi, vorrei condividere con voi alcuni miei pensieri relativi ai problemi comuni che noi tutti dobbiamo affrontare come membri della famiglia umana. Tutti condividiamo questo piccolo pianeta e dobbiamo imparare a vivere in armonia e in pace sia l’un l’altro che con la natura. Questo non è un sogno bensì una necessità. Dipendiamo l’uno dall’altro in molteplici modi, tanto che non possiamo più vivere in comunità isolate e ignorare nel frattempo ciò che sta succedendo al di fuori di queste comunità. Dobbiamo aiutarci l’un l’altro quando abbiamo delle difficoltà, e dobbiamo condividere la buona fortuna di cui godiamo. Vi parlo come un semplice monaco. Se troverete utile quello che dirò, sperò che cercherete di metterlo in pratica.

Oggi desidero anche condividere con voi i miei sentimenti relativi alla condizione e alle aspirazioni del popolo del Tibet. Il premio Nobel è un premio che essi ben meritano per il coraggio e la determinazione dimostrati durante gli ultimi cinquant’anni di occupazione straniera.

In quanto libero portavoce dei miei concittadini, sento come mio dovere di parlare a loro nome. Non parlo con un sentimento d’ira o di rancore per coloro che sono responsabili dell’immensa sofferenza del nostro popolo e della distruzione della nostra terra, delle nostre case e della nostra cultura. Anch’essi sono esseri umani che si sforzano di trovare la felicità e meritano la nostra compassione. Parlo per informarvi della triste situazione in cui versa oggi il mio paese e delle aspirazioni del mio popolo, perché, nella nostra lotta per la libertà, la verità è l’unica arma che possediamo.

La consapevolezza che siamo fondamentalmente gli stessi esseri umani, che cercano la felicità e cercano di evitare il dolore, è molto utile per sviluppare il senso di fraternità e il caldo sentimento d’amore e di compassione per gli altri. Questo è a sua volta essenziale soprattutto se vogliamo sopravvivere nel mondo in cui viviamo, un mondo che diventa ogni giorno più piccolo.

Questo perché, se ciascuno di noi perseguisse egoisticamente ciò che pensa essere il suo proprio interesse, senza curarsi dei bisogni degli altri, potrebbe finire col fare del male non solo agli altri ma anche a se stesso. Questo fatto è diventato molto evidente nel corso di questo secolo. Sappiamo, per esempio, che oggi scatenare una guerra nucleare sarebbe una forma di suicidio, e che inquinare l’aria e gli oceani per ottenere qualche beneficio a breve termine sarebbe distruggere la base stessa della nostra sopravvivenza futura. Via via che gli individui e le nazioni diventano sempre più interdipendenti, non abbiamo altra scelta che quella di sviluppare quello che io chiamo un senso di responsabilità universale.

Al giorno d’oggi siamo veramente una famiglia globale.

Ciò che accade in una parte del mondo può influire su tutti noi. Questo, ovviamente non è vero solo per le cose negative che accadono, vale anche per gli sviluppi positivi.

Non solo sappiamo ciò che accade altrove, grazie alla straordinaria tecnologia moderna delle comunicazioni: siamo anche direttamente influenzati da eventi che accadono molto lontano.

Proviamo un senso di tristezza quando dei bambini muoiono di fame nell’Africa orientale. Analogamente, proviamo un senso di gioia quando una famiglia è riunita dopo decenni di separazione a causa del muro di Berlino. Le nostre messi e il nostro bestiame sono contaminate la nostra salute e la nostra stessa vita sono minacciate quando ha luogo un incidente nucleare a molti chilometri di distanza in un altro paese. La nostra sicurezza aumenta quando scoppia la pace tra parti belligeranti su altri continenti.

Ma la guerra o la pace, la distruzione o la protezione della natura, la violazione o la promozione dei diritti umani e delle libertà democratiche, la povertà o il benessere materiale, la mancanza di valori morali e spirituali o la loro esistenza e il loro sviluppo, il venire meno o lo sviluppo della comprensione umana, non sono fenomeni isolati che si possono analizzare e affrontare indipendentemente l’uno dall’altro. In realtà, sono molto interconnessi a tutti i livelli e bisogna affrontarli comprendendo innanzitutto questo.

La pace, nel senso di assenza di guerra, è di scarso valore per chi sta morendo di fame o di freddo. Non eliminerà il dolore della tortura inflitta a una persona messa in prigione per le sue idee. Non conforta coloro che hanno perduto i loro cari in alluvioni causate dall’insensato disboscamento in un paese vicino. La pace può durare solo dove sono rispettati i diritti umani, dove la gente è ben nutrita, e dove gli individui e le nazioni sono liberi. La vera pace con noi stessi e con il mondo intorno a noi può essere raggiunta solo attraverso lo sviluppo della pace mentale. Gli altri fenomeni sopra citati sono interrelati in modo analogo. Così, per esempio, vediamo che un ambiente pulito, la ricchezza o la democrazia significano poco di fronte alla guerra, specialmente di tipo nucleare, e che lo sviluppo materiale non è sufficiente ad assicurare la felicità umana.

Il progresso materiale è ovviamente importante per l’avanzamento umano. In Tibet, abbiamo prestato troppa poca attenzione allo sviluppo tecnologico ed economico, e oggi ci rendiamo conto che questo è stato un errore.

Allo stesso tempo, lo sviluppo materiale senza sviluppo spirituale può anch’esso causare gravi problemi.

In alcuni paesi, si presta troppa attenzione alle cose esterne e si dà pochissima importanza allo sviluppo interiore. Io credo che entrambi siano importanti e debbano essere sviluppati fianco a fianco in modo da ottenere un buon equilibrio tra di essi. I tibetani sono sempre descritti dai visitatori stranieri come gente felice e gioviale. Questo fa parte del nostro carattere nazionale, formato da valori culturali e religiosi che pongono l’accento sull’importanza della pace mentale ottenuta grazie a un sentimento di amore e benevolenza per tutti gli esseri senzienti, sia umani che animali.

La pace interiore è la chiave di tutto: se avete la pace interiore, i problemi esterni non influenzano il vostro profondo senso di pace e tranquillità. In queste condizioni di spirito, si possono trattare le situazioni con calma e ragione, mantenendo la felicità interiore. Questo è molto importante; senza la pace interiore, per quanto confortevole sia materialmente la nostra vita, restiamo spesso preoccupati, turbati o infelici a causa delle circostanze.

Chiaramente, è di grande importanza comprendere le interrelazioni tra questi e altri fenomeni dobbiamo perciò affrontare e cercare di risolvere i problemi in un modo equilibrato che tenga conto di questi differenti aspetti.

Questo, ovviamente, non è facile, ma è di poca utilità tentare di risolvere, un problema se così facendo se ne crea un altro altrettanto grave.

In realtà, quindi, non abbiamo nessuna alternativa: dobbiamo sviluppare un senso di responsabilità universale non solo nel senso geografico ma anche per quanto riguarda i diversi problemi presenti nel nostro pianeta. La responsabilità non è solo dei leader dei nostri paesi o di coloro che sono stati nominati o eletti a fare un particolare lavoro, è anche di ciascuno di noi, individualmente. La pace, per esempio, inizia dentro ciascuno di noi. Se possediamo la pace interiore, possiamo relazionare perfetti rapporti di pace con tutti coloro che ci circondano.

Quando la nostra comunità è in uno stato di pace, può condividere questa preziosa qualità con le comunità vicine, e così via. Se proviamo amore e benevolenza per gli altri, questo non solo fa sentire gli altri amati e oggetto di benevola attenzione, ma ci aiuta anche a sviluppare felicità e pace interiori. Ci sono sempre dei modi in cui possiamo lavorare coscientemente a sviluppare sentimenti d’amore e di benevolenza. Per alcuni di noi, il modo più efficace di farlo è attraverso la pratica religiosa. Per altri, può esserlo attraverso pratiche non religiose. Ciò che è importante è che ciascuno di noi faccia un sincero sforzo di assumere sul serio la propria responsabilità per ciascun altro e per l’ambiente naturale.

Sono molto incoraggiato dagli sviluppi che stanno avendo luogo intorno a noi. Da quando le nuove generazioni di molti paesi, soprattutto del Nord Europa, hanno insistentemente chiesto la cessazione della distruzione dell’ambiente condotta in nome dello sviluppo economico, i leader politici del mondo hanno cominciato a fare dei passi significativi per affrontare questo problema.

Il rapporto della Commissione mondiale sull’ambiente al segretario generale delle Nazioni Unite (il rapporto Brundtland) è stato un passo importante nell’informare i governi sull’urgenza del problema. I seri sforzi di portare la pace in aree divise dalla guerra e di far valere il diritto all’autodeterminazione di alcuni popoli hanno portato al ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan e all’indipendenza della Namibia. Grazie a persistenti sforzi popolari non violenti, in molti paesi, da Manila nelle Filippine, a Berlino nella Germania orientale, hanno avuto luogo spettacolari cambiamenti, che hanno portato molti paesi più vicino alla vera democrazia.

Con la guerra fredda che sembra avviata alla fine, la gente vive ovunque con rinnovata speranza. Purtroppo, i coraggiosi sforzi dei cinesi di attuare un analogo cambiamento. nel loro paese sono stati brutalmente repressi il giugno scorso. Ma anche i loro sforzi sono una fonte di speranza. Il potere militare non ha estinto il desiderio di libertà né la determinazione del popolo cinese a conseguirla. Ammiro in modo particolare il fatto che questi giovani, ai quali è stato insegnato che “il potere politico nasce dalla canna del fucile” abbiano invece scelto come loro arma la non violenza.

Ciò che indicano, questi mutamenti positivi è che la ragione, il coraggio, la determinazione e l’inestinguibile desiderio di libertà può alla fine vincere.

Nella lotta tra le forze della guerra, della violenza e dell’oppressione da una parte, e la pace, la ragione e la libertà dall’altra, queste ultime stanno avendo la meglio. Questa constatazione riempie noi tibetani di speranza perché forse un giorno anche noi potremo tornare liberi.

Anche l’assegnazione qui in Norvegia del premio Nobel a me, un semplice monaco originario del lontano Tibet, riempie di speranza i tibetani. Essa significa che, nonostante non abbiamo attirato l’attenzione sulla nostra situazione per mezzo della violenza, non siamo stati dimenticati. Significa anche che i valori che abbiamo cari, in particolare il nostro rispetto per tutte le forme di vita e la fede nel potere della verità, sono oggi riconosciuti e incoraggiati. È anche un tributo al mio maestro spirituale, il Mahatma Gandhi, il cui esempio è una fonte d’ispirazione per tanti di noi. Il premio di quest’anno è un’indicazione che questo senso di responsabilità universale sta crescendo. Sono profondamente commosso dal sincero interesse mostrato da così tante persone in questa parte del mondo per le sofferenze del popolo del Tibet. Questa è una fonte di speranza non solo per noi tibetani ma anche per tutti i popoli oppressi.

Come sapete, da quarant’anni il Tibet è sotto l’occupazione straniera. Attualmente, più di duecentocinquantamila militari cinesi sono di stanza nel Tibet. Alcune fonti stimano che l’esercito di occupazione sia due volte più numeroso.

Durante questo lungo periodo, i tibetani sono stati privati dei loro diritti umani più fondamentali, compreso il diritto alla vita e alle libertà di movimento, di espressione e di culto, solo per citarne alcuni. Più di un sesto dei sei milioni della popolazione del Tibet è morto come risultato diretto dell’invasione e occupazione cinese. Ancor prima che iniziasse la Rivoluzione culturale, molti monasteri, templi ed edifici storici del Tibet furono distrutti. Quasi tutti quelli restanti sono stati distrutti durante la Rivoluzione culturale. Ma non voglio soffermarmi su questo punto, che è ben documentato, ciò che ritengo importante è rendervi conto del fatto che, malgrado la limitata libertà accordata dopo il 1979 di ricostruire parti di alcuni monasteri e altri segni di liberalizzazione di questo tipo, i diritti umani fondamentali del popolo tibetano sono tuttora sistematicamente violati e negli ultimi mesi, questa orribile situazione è persino peggiorata.

Se non fosse per la nostra comunità in esilio, così generosamente ospitata e sostenuta dal governo e dal popolo dell’India e aiutata da organizzazioni e individui di molte parti del mondo, la nostra nazione sarebbe soltanto poco più dei resti frantumati di un popolo. La nostra cultura, la nostra religione e la nostra identità nazionale sarebbero state eliminate del tutto. Come stanno le cose, abbiamo costruito scuole e monasteri in esilio e abbiamo creato istituzioni democratiche per servire il nostro popoio e conservare i semi della nostra civiltà. Con questa esperienza, intendiamo realizzare una piena democrazia in un futuro Tibet libero. Così, méntre sviluppiamo la nostra comunità in esilio su linee moderne, conserviamo anche la nostra identità e la nostra cultura e portiamo speranza a milioni di nostri connazionali che vivono nel Tibet.

Un problema che risulta di massima urgenza in questo momento è il massiccio afflusso di coloni cinesi nel Tibet. Nonostante nei primi decenni dell’occupazione un notevole numero di cinesi si sia trasferito nelle parti orientali dei Tibet — nelle provincie tibetane dell’Amdo (Chinghai) e del Kham (gran parte del quale è stata annessa dalla provincia cinese adiacente) — dal 1983 un numero senza precedenti di cinesi è stato incoraggiato dal loro governo a immigrare in tutte le parti del Tibet, compreso il Tibet centrale e occidentale (che la Repubblica popolare cinese chiama Regione autonoma dei Tibet).
I tibetani sono stati rapidamente ridotti a un’insignificante minoranza nella loro stessa patria. Questo sviluppo, che minaccia la sopravvivenza stessa della nazione tibetana, della sua cultura e della sua eredità spirituale, si può ancora arrestare e invertire. Ma bisogna farlo ora, prima che sia troppo tardi.

Il nuovo ciclo di proteste e violenta repressione, iniziato nel Tibet nel settembre del 1987 e che è culminato nell’imposizione della legge marziale nella capitale, Lhasa, nel marzo di quest’anno, è stato in gran parte una reazione a questo tremendo afflusso cinese. Le informazioni giunte a noi in esilio indicano che le marce di protesta e altre forme pacifiche di protesta stanno continuando a Lhasa e in numerosi altri luoghi in Tibet, nonostante le severe punizioni e il trattamento inumano cui sono stati sottoposti i tibetani detenuti per aver espresso le loro rimostranze. Il numero di tibetani uccisi dalle forze di polizia durante la protesta di marzo e quelli morti in detenzione in seguito non è noto, ma si ritiene che siano più di duecento. Migliaia sono stati fermati o arrestati e imprigionati, e la tortura è una pratica comune.

È sulla base di questa situazione che peggiora ogni giorno, e per impedire un ulteriore spargimento di sangue, che ho proposto quello che viene generalmente chiamato “Piano di pace in cinque punti” per il ristabilire la pace e i diritti umani in Tibet. Ho elaborato questo piano in un discorso a Strasburgo l’anno scorso. Credo che il piano rappresenti una cornice ragionevole e realistica per negoziati con la Repubblica popolare di Cina. Finora, però, i leader cinesi non sono stati disposti a rispondere in modo costruttivo. La brutale repressione del movimento democratico cinese nel giugno di quest’anno ha tuttavia rafforzato la mia opinione che qualsiasi sistemazione della questione tibetana avrà senso solo se sostenuta da adeguate garanzie internazionali.

Il Piano di pace in cinque punti affronta i principali problemi interconnessi, gli stessi problemi a cui mi riferivo nella prima parte di questo discorso.

Esso chiede:

la trasformazione dell’intero Tibet, comprese le province orientali del Kham e dell’Amdo, in una Zona di ahimsa (non violenza);
l’abbandono della politica di trasferimento della popolazione cinese;
il rispetto dei diritti umani fondamentali e delle libertà democratiche del popolo tibetano;
il ripristino e la protezione dell’ambiente naturale del Tibet; e
l’inizio di seri negoziati sullo status futuro del Tibet e delle relazioni tra i popoli tibetano e cinese.
Nel discorso di Strasburgo, ho proposto che il Tibet diventi un’entità politica autogovernata e democratica.
Vorrei cogliere questa occasione per spiegare il concetto di Zona di ahimsa o santuario di pace, che è l’elemento centrale del Piano in cinque punti. Sono convinto che esso sia di grande importanza non solo per il Tibet ma per la pace e la stabilità in Asia.

Il mio sogno è trasformare l’intero altopiano tibetano in un libero rifugio in cui la specie umana e la natura possano vivere in pace e in armonioso equilibrio. Un luogo in cui le persone, provenienti da tutte le parti del mondo, potrebbero andare e cercare il vero significato della pace dentro se stessi, lontano dalle tensioni e dalle pressioni presenti nella maggior parte del resto del mondo. Il Tibet potrebbe veramente diventare un centro creativo per la promozione e lo sviluppo della pace.

Questi sono gli elementi fondamentali della proposta Zona di ahimsa:

L’intero altopiano tibetano sarebbe smilitarizzato.
La produzione, sperimentazione e stoccaggio di armi nucleari e di altri armamenti sull’altopiano tibetano sarebbero proibiti.
L’altopiano tibetano sarebbe trasformato nel più grande parco naturale o biosfera del mondo. Sarebbero promulgate leggi rigorose per proteggere la fauna selvatica e la flora; lo sfruttamento delle risorse naturali sarebbe accuratamente regolato in modo da non danneggiare importanti ecosistemi; nelle aree popolate, sarebbe adottata una politica di sviluppo sostenibile.
La produzione e l’uso dell’energia nucleare, e di altre tecnologie che producono rifiuti pericolosi sarebbero proibiti.
Le risorse e la politica nazionale sarebbero dirette verso l’attiva promozione della pace e della protezione dell’ambiente. Le organizzazioni dedicate al mantenimento della pace e alla protezione di tutte le forme di vita troverebbero in Tibet una patria ospitale.
Sarebbe incoraggiata in Tibet l’istituzione di organizzazioni internazionali e regionali per la promozione e la protezione dei diritti umani.
L’altitudine e le dimensioni del Tibet (pari a quelle della Comunità europea), assieme alla sua storia e alla sua eredità spirituale, lo rendono idealmente adatto a svolgere il ruolo di santuario di pace nel cuore strategico dell’Asia.

Sarebbe anche in armonia con il ruolo storico del Tibet come nazione buddista pacifica e regione cuscinetto tra le grandi potenze asiatiche, spesso rivali.

Per ridurre le tensioni esistenti in Asia, il presidente dell’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, ha proposto la smilitarizzazione della frontiera sovietico-cinese e la sua trasformazione in una “frontiera di pace e buon vicinato”. Il governo del Nepal aveva già proposto che il paese himalaiano del Nepal, confinante con il Tibet, diventasse una zona di pace, anche se questa proposta non comprendeva la smilitarizzazione del paese.

Per la stabilità e la pace dell’Asia, è essenziale creare delle zone di pace che separino le grandi potenze, e le altre potenziali avversarie.
La proposta del presidente Gorbaciov, che comprendeva anche un totale ritiro delle truppe sovietiche dalla Mongolia, contribuirebbe a ridurre la tensione e il potenziale pericolo di un confronto tra l’Unione Sovietica e la Cina. Una vera zona di pace deve evidentemente essere creata anche per separare i due Stati più popolosi del mondo, la Cina e l’india.

La creazione della Zona di ahimsa richiederebbe il ritiro di truppe e installazioni militari dal Tibet, cosa che consentirebbe all’India e al Nepal di ritirare anch’essi truppe e installazioni militari dalle regioni himalaiane confinanti con il Tibet. Questo dovrebbe essere ottenuto mediante accordi internazionali. Sarebbe nel migliore interesse di tutti gli Stati dell’Asia, specialmente della Cina e dell’India, e accrescerebbe la loro sicurezza riducendo allo stesso tempo il peso economico di mantenere alte concentrazioni di truppe in aree remote.

Il Tibet non sarebbe la prima area strategica a essere smilitarizzata. Parti della penisola del Sinai, il territorio egiziano che separa Israele e l’Egitto, sono state smilitarizzate da qualche tempo. Il Costarica e ovviamente il miglior esempio di un paese interamente smilitarizzato.

Il Tibet non sarebbe nemmeno la prima area a essere trasformata in una riserva naturale. Molti parchi sono stati creati in tutto il mondo. Alcune aree strategiche sono state trasformate in “parchi naturali della pace”. Due esempi ne sono il parco La Amistad al confine tra Costarica e Panama e il progetto Sì a Paz sul confine tra Costarica e Nicaragua. Quando ho visitato il Costarica, agli inizi di quest’anno, ho visto come un paese può svilupparsi con successo senza un esercito, diventare una stabile democrazia dedita alla pace e alla protezione dell’ambiente naturale. Questo confermò la mia convinzione che la mia visione del Tibet nel futuro è un piano realistico, non meramente un sogno.

Consentitemi di finire con una nota personale di ringraziamento a tutti voi e ai nostri amici che non sono qui oggi. L’interesse e il sostegno che voi avete espresso per la condizione dei tibetani ci hanno grandemente commosso e continuano a darci coraggio per lottare per la libertà e la giustizia; non mediante l’uso delle armi materiali ma con le potenti armi della verità e della determinazione. So di parlare a nome di tutto il Tibet quando vi ringrazio e vi chiedo di non dimenticare il Tibet in questo momento critico nella storia del nostro paese. Anche noi speriamo di contribuire allo sviluppo di un mondo più pacifico, più umano e più bello. Un futuro Tibet libero cercherà di aiutare coloro che hanno bisogno in tutto il mondo, di proteggere la natura e di promuovere la pace. Credo che la capacità tibetana di combinare qualità spirituali con un atteggiamento realistico e pratico ci permetta di dare uno speciale contributo, sia pure in modo modesto. Questa è la mia speranza e la mia preghiera.

Per concludere, permettetemi di condividere con voi una breve preghiera che mi dona grande ispirazione e determinazione:

Finché durerà lo spazio,
e finché rimarranno degli esseri umani,
fino ad allora possa rimanere anch’io a
scacciare la sofferenza del mondo.

Vi ringrazio.

Di questo premio, Sua Santità ha parlato anche con Piero Verni diverse volte, in riferimento alla sua Politica della Gentilezza, e di cosa abbia significato per lui.

In ogni caso continuerei a portare avanti la Politica della Gentilezza. Certo che aver ricevuto un riconoscimento internazionale così importante come il Premio Nobel per la Pace mi ha caricato, come dire, di una particolare responsabilità e mi ha dato anche molta forza per procedere in questa mia strada. Quello che vorrei dirle è che un’attitudine compassionevole è sovente l’unico modo per risolvere i conflitti.

Il libro

Piero Verni ha intervistato varie volte nel corso degli anni Sua Santità, e ha curato la pubblicazione de "La Visione interiore" per Nalanda, in cui conversa con il Dalai Lama sui temi più disparati.

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