Sì, la vita è tutta un film

Supponiamo di essere nati in una sala cinematografica. Non sappiamo che quello che sta succedendo davanti a noi è solo una proiezione. Non sappiamo che è solo un film, solo una rappresentazione, e che gli eventi nel film non sono reali, non hanno una vera esistenza. Tutto ciò che vediamo su quello schermo – amore, odio, violenza, suspense, brividi – è in realtà solo l’effetto della luce proiettata attraverso una pellicola di celluloide. Ma nessuno ce l’ha mai detto, quindi ce ne stiamo lì seduti a guardare, concentrati sul film.

Se qualcuno cerca di attirare la nostra attenzione, noi diciamo: “Zitto!” e anche se abbiamo qualcosa di importante da fare, non vogliamo farlo. Siamo completamente assorbiti e ciechi di fronte al fatto che quella proiezione è completamente inutile.

Ora supponiamo che ci sia qualcuno sul sedile accanto a noi che dice: “Guarda, questo è solo un film. Non è reale. Non sta accadendo davvero. È davvero solo una proiezione”. C’è una possibilità che anche arriviamo a capire che quello che stiamo vedendo è in realtà un film, che è irreale e senza sostanza.

Ciò non significa automaticamente che ci alziamo e lasciamo il cinema. Non dobbiamo per forza farlo. Possiamo semplicemente rilassarci e guardare la storia d’amore, il thriller o qualsiasi altra cosa sia proiettata sul grande schermo. Possiamo sperimentarne l’intensità. E se siamo abbastanza certi che si tratti solo di una pellicola, allora possiamo riavvolgere, mandare avanti veloce o riprodurre il film come vogliamo. E possiamo andarcene quando vogliamo e tornare in un altro momento per guardare di nuovo quel film. Non appena siamo sicuri di potercene andarcene quando vogliamo, potremmo non sentirci obbligati a farlo. Possiamo scegliere di metterci comodi e goderci lo spettacolo.

A volte una sequenza del film può scatenare in noi un turbinio di emozioni. Un momento tragico potrebbe colpirci nel vivo e ci lasciamo trasportare. Ma ora, qualcosa nel nostro cuore ci dice che sappiamo che non è reale, che non è un grosso problema.

Questo è ciò che il praticante di dharma ha bisogno di capire: che l’intero samsara e il nirvana sono senza essenza, una finzione proprio come quel film. Finché non lo capiamo, sarà molto difficile che il dharma metta radici nella nostra mente. Saremo sempre sballottati qua e là, sedotti dalla gloria e dalla bellezza di questo mondo, da tutto l’apparente successo e fallimento. Tuttavia, una volta che comprendiamo, anche solo per un secondo, che queste apparenze non sono reali, guadagneremo una certa fiducia. Ciò non significa che dobbiamo correre in Nepal o in India e diventare un monaci o monache. Possiamo ancora tenerci il nostro lavoro, metterci in giacca e cravatta e andare con la nostra valigetta in ufficio ogni giorno. Possiamo ancora innamorarci, offrire fiori alla nostra amata, sposarci. Ma da qualche parte, dentro di noi, c’è qualcosa che ci dice che tutto questo non è reale.

È molto importante mantenere questa consapevolezza. Anche averne una fulminea intuizione in tutta la nostra vita, ci permette di essere felici per il resto del tempo semplicemente ricordandocene.

Ora, potrebbe accadere che quando qualcuno ci sussurra: “Ehi! Questo è solo un film”, noi non lo sentiamo perché siamo distratti. Forse proprio in quel momento nel film c’è una sequenza drammatica, oppure il sonoro è altissimo e quindi non sentiamo il messaggio. O forse lo sentiamo, ma il nostro ego interpreta male quell’informazione. Siamo confusi e restiamo dell’idea che, dopo tutto, ci sia qualcosa di vero e reale nel film. Perché succede? Succede perché ci manca il merito. Il merito è incredibilmente importante. Ovvio, anche l’intelligenza, o prajna, è importante. La compassione, o karuna, è importante. Ma il merito è fondamentale. Senza merito, siamo come un mendicante ignorante e analfabeta che vince una lotteria multimilionaria ma non sa cosa fare con i soldi e li perde subito.

Ma supponiamo di avere un po’ di merito e di ricevere effettivamente il messaggio che ci è stato sussurrato. Allora, come buddhisti, abbiamo diverse opzioni. Dal punto di vista del buddismo Theravada, ci alziamo e lasciamo la sala cinematografica, oppure chiudiamo gli occhi per non farci più coinvolgere dal film. In questo modo mettiamo fine alla sofferenza. Dal punto di vista Mahayana, riduciamo la nostra sofferenza attraverso la comprensione che il film non è reale, che è tutto una proiezione e vacuità. Non smettiamo di guardare il film, ma capiamo che non ha un’esistenza intrinseca. Non solo: ci preoccupiamo anche degli altri spettatori. Infine, nel Vajrayana, sapendo che è solo un film, non ci lasciamo ingannare ma ci godiamo semplicemente lo spettacolo e più emozioni il film evoca in noi, più apprezziamo la genialità della produzione. Condividiamo le nostre intuizioni con i nostri compagni di visione che, confidiamo, siano anche loro in grado di apprezzare ciò a cui stiamo assistendo.

Ma per attuare questo scarto nella vita reale, abbiamo bisogno di meriti. Nel Buddismo Theravada si accumulano attraverso la rinuncia: comprendiamo che il film ci fa soffrire e abbiamo il buon senso di smettere di guardarlo. Nel Mahayana accumuliamo meriti con la compassione: abbiamo una mente vasta e aperta che si preoccupa soprattutto della sofferenza degli altri.

Questa trasformazione – dall’essere presi dal film, al vederne la vacuità, fino alla preoccupazione esclusiva per il benessere degli altri – potrebbe richiedere molto, molto tempo. Questo è il motivo per cui, nel Vajrayana, ci spostiamo nella corsia “di sorpasso” e accumuliamo meriti attraverso la devozione. Ci fidiamo della persona che ci sta sussurrando all’orecchio e che ha raggiunto una comprensione che lo ha reso libero.

Non solo assimiliamo le informazioni che ci sta fornendo, ma apprezziamo anche la sua libertà mentale e la profondità del suo essere. Sappiamo che anche noi abbiamo il potenziale per quella liberazione e questo ce lo fa apprezzare ancora di più.

Un singolo momento di tale devozione, anche solo una frazione di secondo ha un merito immenso. Se siamo in sintonia con la persona che ci sussurra all’orecchio, potrebbe aiutarci a scoprire il vero amante del cinema interiore. Potrebbe farci capire quanto il resto del pubblico è coinvolto e quanto sia tutto inutile.

Senza più dover fare affidamento sulle nostre sole forze nella nostra confusa lotta per capire il sentiero, quella persona ci porta alla comprensione di ciò che stiamo vedendo. E allora anche noi diventiamo qualcuno che può sedersi e godersi lo spettacolo. E forse, un giorno, potremmo sussurrare anche ad altri.

Tradotto da Life as Cinema, pubblicato sulla rivista Lion’s Roar, 2016

Autore

  • L'attuale Dzongsar Jamyang Khyentse Rinpoche, Thubten Chökyi Gyamtso, è nato nel 1961 nel Bhutan orientale. Fu riconosciuto come tulku da S.S. Sakya Trizin e ricevette iniziazioni e insegnamenti da molti dei più grandi maestri del buddismo tibetano, incluso S.S. il XVI Karmapa; S.S. Dudjom Rinpoche e Lama Sonam Zangpo (suo nonno paterno e materno); Chatral Rinpoche; Nyoshul Khen Rinpoche, Khenpo Appey, e molti altri. Il suo guru radice fu Dilgo Khyentse Rinpoche, che iniziò la sua formazione quando aveva 7 anni. Mentre era ancora un adolescente, Rinpoche costruì un piccolo centro di ritiro a Ghezing, Sikkim e presto iniziò a viaggiare e insegnare in tutto il mondo. Negli anni '80, iniziò il restauro del monastero di Dzongsar a Derge, la cui responsabilità aveva ereditato dalla sua precedente incarnazione, Jamyang Khyentse Chökyi Lodrö. Fondò l'Istituto Dzongsar a Bir, India, (ora DKCLI a Chauntra), che è cresciuto fino a diventare una delle istituzioni più rispettate per lo studio dialettico avanzato. Supervisiona anche due monasteri in Bhutan e ha stabilito centri di dharma in Australia, Europa, Nord America e Asia. Ha scritto diversi libri e realizzato film premiati. Rinpoche viaggia continuamente in tutto il mondo, praticando e insegnando il Dharma.

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