Introduzione al Lorig – Parte Prima

Questo insegnamento è stato dato da Ghesce Tenzin Tenphel a Palermo, presso il Centro Buddhista Muni Gyana, il 26 e il 27 settembre 2019.

Per prima cosa adesso dobbiamo pensare a generare la motivazione. La motivazione migliore è quella di poter essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti, per cui una motivazione di altruismo universale.

Se questo è difficile, almeno avere un’attitudine mentale che non vuole danneggiare gli altri.

Quando parliamo di generare la motivazione, di trasformare la nostra mente per avere un’attenzione, una motivazione costruttiva che può dare di beneficio agli altri, non è qualcosa che facciamo solamente prima di prendere gli insegnamenti o quando ci sediamo per degli insegnamenti. Dobbiamo sempre controllare la nostra mente, sempre sforzarsi di generarla per essere di beneficio agli altri. Altrimenti succede che facciamo un gran sforzo durante gli insegnamenti: “adesso voglio essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti, voglio avere una mente altruista, essere di beneficio agli altri”, e poi, dopo, quando si esce dagli insegnamenti e non ci si pensa più per niente, incontriamo gli altri e litighiamo, li aggrediamo, lasciamo perdere il pensiero di essere di beneficio a loro, ma agiamo esclusivamente e siamo di danno agli altri. E il generare adesso una buona motivazione sarebbe una menzogna.

Per cui, che cosa dobbiamo fare?

Dobbiamo guardare dentro la nostra mente adesso e pensare: ma ho veramente una motivazione virtuosa o no? Che tipo di mente ho? La motivazione, il correggere e il dirigere la nostra mente in una motivazione corretta è un addestramento che deve essere costantemente presente nella nostra mente. In questo modo, piano piano, diventerà sempre più familiare se ci sforziamo costantemente di cambiare, di vedere che tipo di impegno abbiamo, di cambiare una buona motivazione. Allora diventerà durante il giorno, piano piano, piano piano, diventa sempre più facile, diventa sempre più presente. E allora ecco che veramente il risultato immediato di generare, di addestrare la mente, di portarla a una familiarità con la motivazione di essere di beneficio agli altri, la mente sarà più tranquilla, sarà più pacifica. E quella è veramente la base della pace mentale.

Avevo pensato anche di parlare di qualcosa che di solito faccio. Prima un discorso introduttivo che voglio fare, che è di beneficio sia a coloro che sono completamente nuovi sia e soprattutto a coloro che sono i vecchi studenti qui del centro.

Il punto che questo discorso è di beneficio a tutti, rivolto anche alle persone che già praticano il Dharma. Nel processo di venire agli insegnamenti, ci impegniamo, studiamo, vediamo e ascoltiamo molte cose, riceviamo molte istruzioni su come cambiare la mente, che cos’è la mente, come bisogna avere l’attitudine mentale. Nello sviluppo di questa nuova istruzione, per cui impariamo molte nuove cose, le confrontiamo nella nostra mente, sorgono nuovi pensieri, menti virtuose che prima non c’erano e ci accorgiamo e magari arriviamo al punto che pensiamo: “ma questa è una cosa veramente di beneficio, mi sta veramente portando tanto beneficio, la mia mente è cambiata, è migliorata, ho ricevuto tanto beneficio fino adesso”.

Però, a questo punto, a cosa bisogna stare attenti? 

Nell’ambito di questa nostra ricerca, di questa nostra pratica, vediamo che ascoltiamo nuove cose, un cambio di vita… però non rapportiamo questa nostra esperienza con tutte le varie infinite condizioni che incontriamo durante il giorno e che vengono ad avere un impatto emotivo. Per cui non applichiamo, non consideriamo nemmeno che quelle sono le situazioni in cui dovremmo veramente far qualcosa, applicare quello che sappiamo. Ci sono tantissime situazioni, stiamo con gli altri, li vediamo, parliamo con loro e sorgono tantissimi pensieri.

Cominciamo a vedere dei difetti, su questo rielaboriamo, cominciamo a pensare: “questo ha detto così, questo ha detto cosà” e allora ci aggraviamo, magari ci arrabbiamo. Tutte queste condizioni sono infinite, sorgono giornalmente, ma noi non vi prestiamo la minima attenzione. Siamo praticanti di Dharma sì, ascoltiamo gli insegnamenti sì, abbiamo ricevuto un beneficio sì, però sembra che questa realtà, che è la nostra realtà quotidiana, non sia da cambiare, quelle non sono le cose da cambiare.

Per cui ne usciamo completamente indifferenti. Per cui da una parte ci sforziamo, ascoltiamo insegnamenti e meditiamo. Dall’altra parte, proprio perché questa realtà rimane intoccata e non la consideriamo nemmeno, non c’è nessun cambiamento. Per cui mediti, prendi insegnamenti, fai, disfi, fai, e alla fine ti ritrovi che la mente non è cambiata. Non solo, è peggiorata. È possibile che a quel punto qualcuno possa dire “ma allora non importa quanto medito, quanto pratico, quanto faccio non è di beneficio, non ho ricevuto nessun beneficio”.

È possibile che si arrivi a quel punto. Il punto è che non ci accorgiamo nemmeno che stiamo sbagliando. Nel momento in cui … non abbiamo nemmeno la consapevolezza, non lo vediamo che stiamo entrando in quell’ottica. Per cui queste cose continuano ad accumularsi, non c’è nessun cambiamento che avviene in quella direzione e uno, alla fine, va a pensare che allora il Dharma non gli è stato di beneficio.

È possibilissimo che alcune persone, dopo aver avuto questa esperienza, poi rimangono completamente senza niente, non hanno più niente nelle mani, abbandonano il Dharma, abbandonano anche gli insegnamenti e tutto quanto proprio perché non prestiamo attenzione, non ci rendiamo nemmeno conto di come la nostra mente sta sbagliando e di dove sta andando. Ma non solo. Tutto questo avviene mentre stiamo studiando, mentre stiamo meditando, mentre stiamo cercando di praticare il Dharma.

Proprio perché siamo vivi, proprio perché interagiamo con gli altri, abbiamo dei contatti con gli altri, naturalmente per il fatto che siamo vivi e incontriamo gli altri, ci sono dei conflitti.

È naturale, perché è impossibile agire e pensare, essere d’accordo sempre con tutto quello che pensano e come reagiscono gli altri, è impossibile. È naturale che sorgano conflitti, che sorgano incomprensioni, ma non solo, sono indispensabili. Noi invece cosa facciamo? Non pensiamo che dobbiamo cambiare la nostra attitudine mentale in questo contesto. Prendiamo tutto sul personale. Queste sono solamente le occasioni naturali della vita che accadono, queste sono inevitabili. Invece di abbracciare una situazione che è solamente naturale e inevitabile, noi cerchiamo di rigettarla, di fermarla, perché pensiamo “questo mi ha …”, prendiamo tutto personalmente, “mi ha detto così, perché mi ha detto così, avrà fatto così” e cominciamo a elaborare mentalmente. Alla fine questa persona diventa per noi insopportabile, non possiamo più neanche vederla, stare vicino a questa persona.

Per cui alla fine, se siamo in un gruppo o stiamo portando avanti del lavoro insieme, alla fine, si arriva a pensare: “basta, io non ce la faccio più a stare in questo gruppo, ci sono solo problemi, ci sono solo conflitti”, quando invece non hai capito che quelli sono indispensabili, perché qualcosa può cambiare solamente nel momento in cui sei contrario, ti devi confrontare con questa cosa. Invece di vedere che è una situazione naturale da accettare perché è per via che sei vivo che succedono queste cose, uno pensa: “io, io, questo l’ha fatto a me”, uno lo prende personalmente e in questo modo non si riesce a portare avanti niente.

Non sono moltissime le situazioni della nostra vita che sono così, in cui non facciamo niente per cambiarle … Di queste cose noi ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di questo confronto.

Queste situazioni, il momento in cui ci confrontiamo e abbracciamo queste realtà, ci confrontiamo con queste situazioni, sono indispensabili per il proprio sviluppo, perché è su quella base che possiamo veramente renderci conto quanto è stabile la mia mente, quanto sono progredito, quanta pratica ho dentro, che livello ho e su quella base uno può cambiare. Se non ci fossero occasioni di confronto, se tutto fosse roseo e andasse tutto bene, non ci sarebbero situazioni di confronto, non ci sarebbe cambiamento, non ci sarebbe sforzo, non ci sarebbe niente. Non sarebbe neanche necessario praticare il Dharma.

Pensate un attimo.

Il bodhisattva che tipo di preghiere, che cosa vuole, che cosa spera: “possa io sempre incontrare situazioni avverse, possa io sempre incontrare il nemico, possa io sempre attraversare questi problemi”, proprio l’opposto. Questo è il modo in cui prega il bodhisattva. Noi, invece di allontanarci da queste cose, dobbiamo conoscere come tutte queste situazioni sono esclusivamente delle opportunità. Nel momento in cui ci confrontiamo con quella persona allora possiamo vedere veramente quanta responsabilità universale ho dentro, quanto affetto universale ho dentro di me verso gli altri, quanta pazienza, quanta stabilità mentale e su quella base ci si rende conto, si attua un cambiamento, ci si migliora. Quelle sono esclusivamente opportunità.

Ecco perché il bodhisattvafa queste preghiere. Noi invece ci comportiamo come se avessimo più meriti del bodhisattva, non dobbiamo fare queste preghiere, cerchiamo di evitare ciò che i bodhisattvacercano invece di incontrare. Noi otteniamo qualcosa senza fare delle preghiere, un bodhisattva,invece, deve fare tutte queste preghiere, noi non ne abbiamo bisogno.

Quante storie ci sono di questi grandi praticanti che in passato coscientemente si portavano appresso delle persone negative, persone che potevano far sorgere quel tipo di rabbia, si portavano dietro l’oggetto della pazienza. Noi, invece, non ne abbiamo bisogno, non abbiamo bisogno dell’oggetto della pazienza!

Veramente noi, invece, stiamo perdendo un’opportunità incredibile che è sorta da una grande accumulazione di meriti, la stiamo buttando via.

Se invece noi ci rendessimo conto di questa cosa e facessimo in modo di non perdere, di non buttare via questa grande opportunità allora veramente avremmo nelle mani qualcosa di completo.

Il soggetto di questi incontri che facciamo oggi e domani è una presentazione della mente e delle sue funzioni, dei vari modi.

Il tempo a disposizione non è tanto per cui ho pensato che se andassi a spiegare il testo parola per parola, siccome ci sono parecchi dibattiti e le argomentazioni sono complicate,… pensavo di darvi una spiegazione generale dei 7 tipi di conoscitori: 2 sono validi conoscitori e 5 che non lo sono, poi, andando a vedere questi piano piano, andiamo a vedere se tornare indietro e approfondirne alcuni.

Principalmente la spiegazione di oggi, della mente e delle sue funzioni, viene sulla base della Scuola Filosofica che si chiama Sautrantika,quindi questa spiegazione avverrà sulla base della visione filosofica del “Veicolo della Liberazione Individuale”.

La ragione per cui la spiegazione avviene sulla base della Scuola Sautrantika è che questo vi darà un fondamento, una base di comprensione di quello che è la struttura della mente e delle varie funzioni sulla base di quella visione filosofica. Poi, in futuro, avendo questo fondamento, voi potrete anche andare a guardare, a paragonare piccole differenze che ci sono nella spiegazione della mente e delle sue funzioni per quanto riguarda le Scuole Filosofiche Superiori.

Lo studio della mente e delle sue funzioni non dovete prenderlo come qualcosa che dà solamente mero apprendimento o per conoscenza, ma dal momento che parla della mente e delle sue funzioni, immediatamente dovete rapportare questa conoscenza con quella che è la vostra mente. In questo modo, piano piano, potete riconoscere bene e vi porterà grande beneficio perché sarete in grado di riconoscere cosa sta facendo la mente, che tipo di mente è, se è una cognizione valida, se non è valida, per cui saprai riconoscere che cosa c’è da fare, che tipo di mente c’è e sulla base di questo riconoscere che tipi di eventi mentali avvengono dentro di noi. Allora saremo anche in grado di apprendere e di conoscere che cosa fare per migliorare, per eliminare …

Attorno a questo c’è tantissima pratica. Altrimenti, quando pensiamo mente, coscienza si può pensare senza sapere che cosa succede, a tantissime cose stranissime. Una volta si può pensare che sia una cosa, un’altra volta si può pensare che sia un’altra. In poche parole, senza questo tipo di conoscenza è impossibile capire bene che cos’è questa mente, questa coscienza.

Non so se tutti avete il testo, sappiamo che qui ci sono parecchie cose. Andiamo subito a vedere le definizioni, per esempio cominciamo con i “cognitori validi”.

Ma andiamo prima a parlare della definizione della mente

Ci sono varie definizioni della mente. La prima: che cos’è? È un cognitore. Cognitore in tibetano è rigpa. Non è solamente qualcosa che comprende. Il significato di cognitore è molteplice: vedere, ciò che vede, ciò a cui appare, ciò che incontra. Ci sono vari modi di approccio per comprendere questo modo di conoscere, questo rigpa, che è la funzione della mente stessa. Qui dice, la definizione di coscienza…

Anche in tibetano ci sono vari nomi: mente e coscienza, che sono sinonimi. Il primo, che è chiamato “conoscitore”, dal punto di vista della sua definizione, è un aspetto di questo fenomeno mente che si chiama in tibetano lo, proprio mente. Per quanto riguarda shepa, che è il secondo, è sempre sinonimo di questo fenomeno che stiamo analizzando che è la mente, ma che chiamiamo coscienza; la definizione qui nel testo è “ciò che è chiaro e che conosce”. Io normalmente lo traduco con “ciò che è luminoso e cognitivo”, praticamente la stessa cosa.

Anche qui, quando si parla di luminoso, ciò che è chiaro e che conosce, oppure cognitivo, questo fattore cognitivo non è esclusivamente legato al conoscere. Perché, per esempio, ci sono delle menti che sono errate rispetto a ciò che conoscono. È, per esempio, quel tipo di mente o di coscienza che percepisce la persona come se fosse permanente. Quella è una coscienza errata. Non lo conosce nel senso che non lo realizza, perché non esiste una persona che è permanente. Quella mente che percepisce qualcosa che non esiste non lo realizza, perché è irrealizzabile qualcosa che non esiste, per cui è errata. Questa è una mente errata, è una coscienza errata rispetto a ciò che conosce. Però a questa coscienza, a questa mente, la persona, quell’oggetto appare, viene percepito. Appare vuol dire che è percepito.

Ora cerchiamo un esempio, che in termini tecnici si chiama “illustrazione” di una mente errata, ovverosia, che in realtà ciò che realizza non esiste, per cui non realizza quella cosa. Ciò non vuol dire che la persona che ha questa mente errata – in generale, gli esseri ordinari hanno questa concezione che percepisce i fenomeni impermanenti come permanenti (per es. la persona, ecc.) – ne abbia la consapevolezza; non è che la persona sa che in quel momento sta percependo la persona permanente. Quindi non vuol dire che se quella persona percepisce la persona permanente ne è consapevole, che ha questa percezione di permanenza dove non esiste. Avete capito?

Non solo, può essere anche che una persona sia in grado di discriminare che cos’è permanente, cos’è impermanente e così via, eppure in quel momento la sua percezione della persona è come se fosse permanente; e anche se a volte sa ed è in grado di differenziare cos’è permanente e cos’è impermanente, non vuol dire che sia consapevole di avere quella percezione del permanente dentro di sé.

Un esempio pratico per farci capire bene che cos’è questa concezione errata del permanente nel caso di una persona. Quando noi non vediamo una persona per un po’ di tempo, un anno o due, e poi quando la rivediamo diciamo “Ah, ma sei uguale! Non sei cambiato, anzi sembri diventato più giovane!” Quella è la concezione che si afferra a qualcosa che è permanente, che non esiste per niente. Quello dimostra che è presente dentro di noi quella concezione. E poi una persona che si sente dire così è contentissima! Certo è naturale che qualcuno che non ha la minima idea di cosa sia permanente o impermanente possegga questo tipo di concezione errata. Il punto è che non importa, anche se sai cos’è permanente o impermanente, questa concezione errata è presente.

Quando parliamo di mente, coscienza e cognitore sono sinonimi, si parla esattamente della stessa cosa.

Pensando in questo modo, di questa mente in generale, possiamo cominciare con differenziarla in due aspetti: le menti che sono valide, cioè dei conoscitori validi, e quelle menti che non sono valide, conoscitori non validi.

Quando si studia, quando ci sono queste classi di filosofia nei monasteri, gli studenti necessariamente devono memorizzare il testo, devono memorizzare tutte le definizioni e tutte le differenti divisioni, perché si dibatte. La classe è interattiva, cioè il Maestro immediatamente ti chiede le cose, “dammi la definizione di questo, qual è la divisione di quello”. Se non sei in grado di rispondere si viene mandati via dalla classe, devi andartene. Qui sarebbe difficile far così! Cosa facciamo, facciamo a meno di fare così? Okay!

Ora andiamo a vedere qual è la definizione di quello che è chiamato “cognitore diretto.

Una mente che è un cognitore diretto, un cognitore valido, è un cognitore iniziale incontrovertibile. “Iniziale” vuol dire che è sorto a nuovo in quel momento, vuol dire che è il primo che sorge. Adesso cominciate a identificare i componenti essenziali della definizione che sono tre: “iniziale” (fresco, nuovo), “incontrovertibile” e “cognitore”. Questi componenti sono essenziali, sono necessari. Qual è la necessità di averlo iniziale o nuovo, incontrovertibile e cognitivo? Perché devono essere presenti perché sia un cognitore valido.

Iniziale o nuovo perché è il primo momento cognitivo. Dal secondo momento cognitivo in poi dato che non è più nuovo, è solamente il secondo momento di una cognizione valida, non è più un cognitore valido. Perché se nella definizione di cognitore valido omettiamo il primo, iniziale o fresco e lasciamo solamente incontrovertibile e cognitore, quella è la definizione non di cognitore valido ma del “cognitore susseguente”, che viene dopo, del cognitore che segue. Avete capito? Se non capite qualcosa ditelo subito così lo spieghiamo. Ciò che fa la differenza fra cos’è un cognitore valido e cos’è un cognitore seguente o susseguente, che non è più valido, è proprio il primo dei componenti, ovverosia nuovo o iniziale.

Poi c’è questo incontrovertibile, che vuol dire non ingannevole. Questo incontrovertibile elimina la possibilità che questo cognitore valido possa essere una delle “supposizioni corrette. La supposizione corretta elimina la possibilità che queste possano essere cognizioni valide. Sono cognizioni, ma non più valide.

Facciamo un esempio di tutti questi eventi mentali che accadono dentro di noi. Arriva il momento in cui riflettiamo per esempio sulla rinuncia, su bodhicitta, la comprensione della vacuità, fenomeni permanenti e impermanenti. Mentre ascoltiamo le spiegazioni o riflettiamo la mente giunge a una comprensione, giusto? “Cioè, sì ah è così”, però non c’è una realizzazione di quel soggetto, però c’è una comprensione, c’è un avvicinamento, la mente comprende. Quella è la deduzione corretta che non realizza comunque correttamente il suo oggetto, però lo deduce correttamente. Per cui non è ancora una realizzazione, la mente non ha realizzato, afferrato quel tipo di realtà, ma la deduce correttamente.

Ecco perché nella definizione di cognitore valido, il secondo è incontrovertibile, proprio per eliminare la possibilità che questo cognitore valido possa essere una di quelle coscienze che suppongono correttamente.

Il terzo componente di questa definizione è che è un cognitore, perché elimina la possibilità che possa essere qualunque degli organi sensoriali fisici. I poteri sensoriali fisici, per esempio l’occhio che in termini tecnici è la “condizione dominantedella coscienza visiva. Questo vuol dire che la coscienza visiva per funzionare si basa sull’organo sensoriale. Per cui, benché tutto questo avvenga in una frazione infinitesimale di tempo, per prima cosa la forma appare, viene riflessa nell’organo sensoriale poi realizzata, percepita dalla coscienza visiva che interagisce con l’organo sensoriale.

All’organo fisico-sensoriale l’oggetto appare, ma non viene conosciuto, non è cognitivo. Per questo deve essere un cognitore, per eliminare la possibilità che l’organo sensoriale solamente dal momento che i suoi oggetti appaiono, possa essere una di queste coscienze. Benché all’organo fisico appaia il suo oggetto, l’organo fisico non è in grado di conoscerlo, non è in grado di conoscere ciò che appare e quindi non è cognitivo, non è un cognitore. Perché è solamente qualcosa di fisico, benché sia, in termini tecnici, una “forma pura, nel senso chiara, un tipo di forma più sottile. Quando per esempio non vediamo più chiaramente o si diventa ciechi, quelli sono problemi dell’organo sensoriale fisico, non è la coscienza stessa, perché la coscienza non è materia, semplicemente non è qualcosa di fisico, non ha contatto.

Teniamo a mente queste cose, queste sono importanti, molto importanti. Perché quando poi andrete ad analizzare com’è compresa e spiegata la mente dalle varie Scuole Filosofiche, sono quasi tutte simili, concordano quasi tutte su questo punto fuorché la più alta, la più profonda, la Scuola Prasangika che chiarisce completamente tutta questa spiegazione.

DOMANDA. La differenza tra iniziale, controvertibile e cognitore. Iniziale è per esempio come un bambino che vede per la prima volta una bicicletta, però in seguito questo iniziale non esiste più e rimane solo incontrovertibile e cognitore?

RISPOSTA. Tu hai fatto l’esempio del bambino che vede la bicicletta. Il primo istante in cui il bambino e chiunque vede, non è iniziale perché è la prima volta che uno vede quel particolare oggetto, non è dal punto di vista dell’oggetto. Iniziale come fresco, nuovo, vuol dire la mente stessa, è il primo momento della percezione mentale. Perché in questa definizione c’è iniziale? Il primo momento che vede la bicicletta, la bicicletta è un fenomeno impermanente che cambia ogni istante. Il secondo istante della bicicletta che hai visto il primo istante non è la stessa cosa, è già cambiato.

Per esempio, la prima volta che sono venuto in Italia nel ’95 non sono andato a Roma, la seconda volta nel ’98 sono andato a Roma e ho visto il Vaticano che ha centinaia e centinaia di anni, non è nuovo. Però il primo momento in cui ho visto il Vaticano, il primo istante della percezione visiva del Vaticano quella era la cognizione valida del Vaticano.

Non stiamo esprimendo adesso la definizione, è proprio esattamente quello che tu cerchi, ovverosia la spiegazione che deve avvenire verbalmente, perché altrimenti non sarebbe una spiegazione, di quel fenomeno, in questo caso del cognitore valido.

La definizione è l’espressione verbale che spiega questo fenomeno. La definizione qual era? “un cognitore iniziale incontrovertibile. Quindi ci sono tre cose: cognitore, iniziale e incontrovertibile. Ciascuna di queste cose, Ghesce La ha spiegato, ha una ragione, è necessaria perché sia un cognitore valido, perché elimina la possibilità di altri cognitori che possono avere le stesse qualità.

Ci sono due aspetti di questo cognitore valido: quelli “direttie quelli “inferenziali.

Facciamo una pausa?

E poi, se volete, potete scrivere le domande su foglietti e lasciarmeli qua oppure farle direttamente. Vorrei sentire delle domande naturalmente riguardo al Lorigche stiamo spiegando, ma anche al mio discorso iniziale, questo era diretto a quelle persone che si vedono tanto, vorrei anche che saltassero fuori delle domande su quello che ho detto all’inizio.

Ringraziamo i centri FPMT per fornire questo prezioso materiale e tutti i volontari che con il loro lavoro seguono le trascrizioni, le revisioni e la pubblicazione degli insegnamenti sul nostro sito, senza i quali tutto questo non sarebbe possibile.

Se vuoi diventare uno di loro, invia una mail a info@nalandaedizioni.it.


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