La meditazione Shamatha: domande e risposte con Jetsunma Tenzin Palmo

Tenzin Palmo ha iniziato presto la sua pratica buddhista. Era ancora adolescente a Londra quando incontrò per la prima volta il buddhismo, per proseguire poi all’età di vent’anni in India, diventando una delle prime donne occidentali a ricevere l’ordinazione di monaca. La sua biografia, “Cave in the Snow” (“La Grotta nella Neve”) prende il nome dai 12 anni trascorsi in ritiro in una grotta himalayana. Sua Santità il 12° Gyalwang Drukpa, massimo rappresentante del lignaggio Drukpa Kagyu, ha conferito a Tenzin Palmo il titolo di Jetsunma, per il suo impegno nel miglioramento della condizione delle monache nel Buddhismo e per la dedizione alla propria pratica. Mi sono incontrato con lei presso la sua dimora, Dongyu Gatsal Ling, un monastero femminile da lei fondato nel Himachal Pradesh (India) nel 2000, per conoscere le sue opinioni sulla meditazione Shamatha, conosciuta anche come meditazione di consapevolezza (mindfulness).

Come si può rilassare la mente?

Vi sono modi diversi di addomesticare un cavallo selvaggio. Puoi colpirlo fino a sottometterlo, che è come voler forzare la mente a calmarsi, oppure lo puoi persuadere con gentilezza a calmarsi e a cooperare per essere addestrato – un approccio molto più ragionevole, perché così il cavallo sarà amichevole. Il suo calmarsi non sarà indotto dal solo timore di essere picchiato.

Quando penso alla mente, noto che vuole solo lavorare…

Sì, ecco perché dobbiamo persuaderla che riuscirebbe molto meglio nel suo lavoro se fosse addomesticata. Il motivo per cui ci stressiamo, commettiamo errori e ci esauriamo è perché la mente lavora troppo e la estenuiamo. Se la nostra mente fosse più calma e la nostra attenzione più acuta, durevole e salda di quanto avviene solitamente, la mente sarebbe un ottimo strumento con cui lavorare.

Non stiamo cercando di bloccare i pensieri. Non è questo il punto. Il punto è rendere la mente funzionale, duttile e flessibile – portarla ad essere più calma, chiara e focalizzata. A quel punto diventa un ottimo strumento di lavoro a prescindere dal compito che si trova dinanzi.

Chiunque abbia dedicato del tempo a osservare la propria mente è rimasto sbalordito dalla grande confusione che la governa. Questo non solo per il suo pensare incessante, ma anche per il fatto che molto del nostro pensare è del tutto irrilevante e stupido, un po’ come le repliche di vecchie soap opera. Pensavamo di essere così efficienti e intelligenti fino a quando non abbiamo guardato dentro le nostre menti. Per questo motivo la meditazione è così importante (ride). Per renderci felici. Perché siamo noi stessi che ci fabbrichiamo la nostra angoscia.

Alcune persone preferiscono meditare con gli occhi aperti, altri a occhi chiusi. C’è un metodo che lei raccomanderebbe? 

Penso che dipenda da te. In Theravada si dice di chiudere gli occhi. Nello Zen e nel Buddhismo Tibetano si dice di tenere gli occhi leggermente aperti. In alcune pratiche gli occhi devono rimanere completamente aperti. Per la maggior parte delle persone che cominciano è di aiuto tenere gli occhi leggermente chiusi. Nella tradizione tibetana spesso viene dato un sassolino sul quale focalizzarsi, non solo ai fini di Shamatha, ma anche per esercitare la stabilità dello sguardo affinché sappia concentrarsi su un punto senza divagare. 

Nel discorso su Shamatha che ha tenuto a Tushita, lei ha citato alcuni colloqui con meditatori di lunga data che, a causa di infortuni o per la tarda età, hanno poi dovuto meditare seduti su una sedia. Raccontano che non hanno trovato troppa differenza tra il sedersi su una sedia o a terra sul cuscino.

I sutra yoga descrivono le posizioni del loto e del mezzo loto come un aiuto per rilassare la mente e alleviare i problemi fisici. Pensa che i sutra abbiano esagerato la rilevanza di queste posture? 

Penso che furono scritti da indiani che erano abituati a sedersi per terra. La tradizione tibetana prevede alcune posture quali il sedersi a gambe incrociate, disporre le mani in una certa posizione, tenere le spalle arretrate, il collo piegato, ecc. Ciascuna di esse è legata ad un diverso prana.

Riuscire a sedersi confortevolmente in loto o mezzo loto è la cosa migliore, perché così il corpo è molto bilanciato, come un triangolo, e tutti i vari prana del corpo si equilibrano facendo sì che il corpo sembri sparire. Ma, di fatto, molte persone che praticano la meditazione non hanno mai avuto l’abitudine di sedersi a terra a gambe incrociate, e quindi passano tutte le sessioni a confrontarsi con il dolore alle ginocchia, alle anche o alla schiena. Cercano di raggiungere la calma mentale ma, in realtà, si occupano per tutto il tempo del fatto di essere estremamente a disagio stando seduti in una posizione così inusuale, specialmente le persone più anziane.

Cosa ne pensa del meditare in piedi o sdraiati? 

Alan Wallace, che è attualmente uno degli insegnanti più famosi, specialmente di Shamatha, fa sdraiare molti dei suoi studenti nella posizione del cadavere per almeno alcune sessioni, in modo da calmare la mente. La mente rimane prigioniera del corpo quando non si è comodi. Se il corpo non si rilassa, la mente non potrà rilassarsi.

La posizione più rilassata è quella sdraiata in posizione supina, concentrando la meditazione sul sollevamento e l’abbassamento dell’addome, il cui movimento è molto evidente quando si è completamente sdraiati. Conosco persone che hanno provato questa tecnica seguendo le istruzioni e l’hanno trovata veramente d’aiuto, in quanto il corpo è a suo agio e il pensiero non deve interessarsene. Questo ti offre l’opportunità di raggiungere livelli meditativi più profondi. Se non ti addormenti e impieghi questa tecnica realmente per concentrarti, può esserti di grande ausilio e può aiutarti anche nella posizione seduta.

Nel Buddhismo, specialmente nella tradizione Theravada, si enfatizza molto la meditazione camminata. Si medita seduti per un certo periodo di tempo e poi si cammina avanti e indietro, mentalmente consapevoli delle sensazioni che sorgono dal muoversi, specialmente quelle provenienti dai piedi, dalle piante dei piedi e dal loro contatto con la Terra. Molte persone in questo modo entrano in concentrazione profonda.

Nella Chiesa Cattolica si pratica molto una specie di Shamatha. Tipicamente le persone si inginocchiano o stanno semplicemente sedute, ciò nonostante raggiungono anch’esse livelli profondi di concentrazione. Il punto è riuscire a rilassare il corpo in modo da non esserne catturati.

La gente spesso si annoia nella pratica di Shamatha, e allora inizia a rivolgersi ad altre forme di meditazioni più interessanti e a pratiche totalmente diverse. Esistono variazioni che le persone possono introdurre nella loro pratica di Shamatha, in modo da perseverare anziché rivolgersi altrove?

Innanzitutto, penso che se sono annoiati allora non hanno raggiunto Shamatha. Shamatha, se la si padroneggia realmente, risulta talmente affascinante e portatrice di beatitudine che nessuno se ne vuole privare per dedicarsi a vipassana, che è molto più analitica. A seguito della beatitudine, del senso di apertura e spaziosità e di tutti gli altri fenomeni interni che derivano dal diventare abili in Shamatha, le persone ne diventano dipendenti e devono essere allontanati da questa droga.

Qualunque pratica si esegua è destinata a non funzionare se la nostra mente non si assorbe completamente in essa. Normalmente tecnica e mente cercano in qualche modo d’incontrarsi. Ma finché non diventano davvero un tutt’uno e la pratica scende dalla testa per arrivare al centro del nostro essere, colui che cerca di meditare è solamente il proprio ego. L’ego non può meditare. La mente che pensa non medita. È qualcosa al di là della mente pensante. Shamatha deve portarci a questa consapevolezza e calmare il rumore in corso. Il rumore può ancora esserci, ma rimane sullo sfondo. Non ne siamo più trasportati via. Sviluppiamo questa qualità interiore di consapevolezza e attenzione che ci rende sempre più forti. E tutto il rumore di fondo inizia ad attenuarsi. Quando giungiamo nello stato in cui siamo realmente tutt’uno con la pratica, allora possiamo proseguire integrando anche altre pratiche.

Il Buddha ha enfatizzato l’importanza di ottenere la stabilizzazione in Shamatha, tuttavia molti principianti saltano subito ai corsi di vipassana. Pensa che stiano sprecando i loro sforzi o ritiene che, in base ai propri bisogni individuali, questo potrebbe essere per alcuni di loro un approccio valido?

Per esempio, anche nei corsi di dieci giorni di Goenka [NdTun influente insegnante birmano di meditazione vipassana], almeno i primissimi giorni sono dedicati a Shamatha, perché senza di essa non è possibile fare niente. Oggigiorno si è riflettuto molto sul perché molti praticanti vipassana di lunga data abbiano ottenuto delle realizzazioni ma ne abbiano altresì scoperto la breve durata. Si ottengono realizzazioni incredibili e si pensa “Sì, adesso ho capito”, ma una volta usciti la vita ordinaria prende nuovamente il controllo e tutto quanto sfuma in un ricordo lontano. Alcuni pensano che ciò sia dovuto al fatto di non seguire l’insegnamento del Buddha, e cioè che prima è necessario acquisire la stabilità nei jnana iniziali (livelli di assorbimento mentale). In questo modo, quando si pratica vipassana con questa mente ben addestrata, le realizzazioni sorgono e ti trasformano senza che tu receda da esse. Non succede solo nella tua testa, ma accade molto più in profondità in ogni cellula del tuo corpo.

È assolutamente necessario avere una mente ben addestrata altrimenti le realizzazioni ottenute, per quanto molto valide, rimarranno superficiali. Non saranno trasformative. Tutto il senso delle vere realizzazioni risiede nel far sì che il nostro modo di vedere le cose cambi. E se questo cambiamento non è abbastanza profondo, esso non apporterà una decisa svolta nel profondo della nostra coscienza.

C’è un modo di sapere se si è progrediti abbastanza nei jnana?

La mente dovrebbe essere molto chiara, molto vivida. Dovrebbe essere in grado di restare dove la collochi e lì dimorare. Come minimo dovresti riuscire a rimanere completamente assorbito per ventun respiri. Nella tradizione tibetana si ritiene che si dovrebbe essere capaci di rimanere completamente concentrati per quattro ore.

E questo senza alcun rumore di fondo?

Anche se c’è del rumore di fondo non si è trasportati da esso. Il punto non è se vi sia o meno del pensiero sullo sfondo, ma se e quanto ci si fa catturare da esso. Se qualcuno ha il televisore acceso in un’altra camera mentre si sta leggendo un buon libro, il televisore non si sente perché si è impegnati in ciò che si sta facendo, ed è su questo che ci si focalizza. Il rumore di fondo è irrilevante: davvero non si sente. Man mano che la concentrazione diventa sempre più chiara e stabile sul proprio oggetto, il rumore di fondo si attenua naturalmente. Non è necessario calmare la mente: si calma da sé, quanto più si rafforza la nostra capacità di restare focalizzati.

Nei millenni addietro (o anche solo un secolo fa) c’erano molti meno stimoli sensoriali: questo avrà reso le menti molto meno congestionate di oggi. Pensa che la meditazione giochi un ruolo diverso oggi rispetto ad allora?

Penso che mai come oggi ne abbiamo avuto bisogno. Se già 2600 anni fa il Buddha paragonava le nostre menti a delle scimmie impazzite, che cosa direbbe oggi? C’è mai stato più bisogno di liberare le nostre menti dallo stress?

La gente pensa che basti solo sedersi e tutto sarà bello. Ma se si vuole imparare a suonare un brano di Beethoven non basta sedersi al pianoforte e strimpellare per poi dire, qualora il risultato non suonasse bene, “non sono portato per la musica”. Diventare veramente bravi con qualsiasi strumento, sport o abilità richiede un’enorme mole di dedizione e pratica. Migliaia di ore. Allora perché le persone pensano che se la loro mente non si rilassa, dopo aver partecipato nel fine settimana a un corso di meditazione, questo significa che non sanno meditare?

Persino la mente più selvaggia può imparare almeno a calmarsi. E con la calma mentale sorge la gioia interiore. Questa calma e questa gioia non dipendono affatto da circostanze esterne: è per questo che gli eremiti o le persone che conducono una vita che dall’esterno appare rigorosa e difficile sono in genere le persone più felici. È perché non importa dove vivano. È del tutto irrilevante. Hanno questa forza interiore della felicità.

Ha avuto qualche intuizione riguardo la meditazione che avrebbe desiderato conoscere quando iniziò per la prima volta a meditare? 

Molte persone pensano che la meditazione richieda tantissimo sforzo e che rappresenti qualcosa che si debba conseguire. Ci attacchiamo a questa idea che la meditazione sia qualcosa che dobbiamo sforzarci di fare, alla fine della quale o si riesce o si fallisce. Penso sia molto importate convincersi che non ha niente a che fare con tutto questo. In questo modo chi vuole meditare è solamente l’ego. 

Tutto il segreto della meditazione sta solo nell’imparare a essere presenti nel momento, in uno stato di completo rilassamento e apertura. Non si tratta di ottenere, ma bensì di perdere, di lasciar
cadere-lasciare andare, lasciare andare, lasciare andare. Penso sia veramente molto importante, specialmente in quest’epoca dove tutti siamo programmati per voler ottenere qualcosa, capire che non si tratta di ciò che si ottiene, ma di ciò che si perde. 

Kiva Bottero scrive e redige per “The Mindful Word”. Appassionato ricercatore delle verità più profonde della vita e del viverle, è in un percorso di connessione con comunità altrettanto motivate vivendo in sintonia con ciò che è più importante nella vita.

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