Il rapporto tra buddhismo e scienza secondo il Dalai Lama

Il brano che segue è estratto da uno dei nostri ultimi libri, La visione interiore. Tra i temi che si affrontano in questo testo, c'è il rapporto tra Scienza e Buddhismo, due mondi apparentemente molto distanti che però hanno trovato negli anni la capacità di comunicare e di confrontarsi, anche grazie all'impegno del Dalai Lama.
Leggiamo le sue parole sull'argomento.

Un altro aspetto del Buddhismo che sembra suscitare un forte interesse nel mondo scientifico è quello di “vacuità”…

In effetti l’idea buddhista della vacuità è tornata più volte nelle mie conversazioni con gruppi di scienziati. E anche in questo caso ho avuto la sensazione che si trattasse di un concetto in qualche modo comprensibile da una mentalità scientifica.

Forse, oltre al concetto stesso di vacuità, è il metodo con cui essa viene “investigata” nel Buddhismo che può trovare assonanze con la ricerca scientifica. Si tratta infatti di un metodo estremamente analitico, razionale…

È possibile. In effetti come il Buddhismo giunge alla conclusione che la vacuità è la effettiva natura del reale? Analizzando attentamente, minuziosamente, la natura ultima della realtà, la filosofia buddhista è giunta alla conclusione che i fenomeni, qualsiasi fenomeno, è privo di natura inerente.

Nel senso che non possiedono qualità proprie costitutive?

Esattamente e lo si può ben comprendere dal fatto che se vogliamo cogliere l’essenza della materia di un qualsivoglia oggetto, per quanto potremo cercarla non la troveremo, è letteralmente introvabile, non c’è, non esiste. Per questo la filosofia buddhista afferma che i fenomeni sono privi di una natura inerente. Vede può sembrare strano a prima vista. Lei vede questo muro, questa sedia, questo tavolo… sembra tutto così chiaro, solido, quasi ovvio. Ma non è così.

Al contrario, se analizziamo veramente a fondo, al di là delle apparenze, le cose possiamo vedere che non esistono come sembrano esistere. Non è un gioco di parole ma la effettiva realtà. C’è una profonda differenza tra come le cose ci appaiono e come sono effettivamente.

Per esempio, lei sta registrando queste nostre conversazioni con un registratore. Questa macchina sembra essere un qualcosa di profondamente concreto, reale. E in un certo senso lo è. Riesce addirittura a catturare i suoni delle nostre parole e a trasferirli su nastro in modo che li si possa risentire un’infinità di volte, in modo che possano ascoltarli persone distanti da questa stanza decine di migliaia di chilometri e chissà per quanti anni a venire! Bene, tutto questo è vero, estremamente vero.

Ma se indaghiamo più a fondo questo registratore e vogliamo coglierne l’essenza ultima, non la troveremo. Non è il microfono, non sono le testine di registrazione, non lo è l’involucro all’interno del quale il meccanismo si trova e che consente alle altre parti di funzionare.

Quindi, analizzandolo bene, dovremmo concludere che questo registratore non esiste. Non nel senso che non è reale, che è un nostro sogno comune, ma nel senso che non ha una sua essenza ultima. Esiste nella misura in cui le differenti parti che lo compongono interagiscono le une con le altre. Se questa reciproca interazione termina, il registratore smette di esistere, nel senso che non registra più. Ecco, questo è il modo di indagare le cose del Buddhismo, un modo estremamente analitico e razionale, che probabilmente ha dei punti di contatto, delle affinità, con quello scientifico.

A guardar bene, forse, potremmo concludere che in ultima analisi anche la teoria dell’ereditarietà e quella del karma sembrano muoversi su terreni analoghi…

Non mi sembrano del tutto incompatibili. La biologia afferma che determinati aspetti del carattere delle persone possono essere dovuti a delle eredità genetiche. Questo può essere benissimo accettato dalla teoria del karma. Infatti se io ho ereditato quei particolari caratteri genetici da mio padre o da mia madre, sorge però la domanda: perché la mia coscienza si è reincarnata proprio in quel particolare organismo generato da quei particolari genitori?

A causa del suo karma?

Sì, proprio a causa del suo karma, del karma accumulato nelle precedenti esistenze che ha messo in moto un meccanismo che ha portato quella determinata coscienza a entrare in quel determinato utero, dove si erano uniti gli spermatozoi e gli ovuli di quei due determinati genitori. 

E analogie interessanti potrebbero trovarsi anche tra legge del karma e la stessa teoria dell’evoluzione.

Qui il terreno è più insidioso. È più complicato trovare analogie e differenze, anche perché tra gli stessi scienziati non sempre l’evoluzione viene vista allo stesso modo. È comunque un discorso affascinante e complesso che spero possa essere portato avanti tra buddhisti e scienziati nei prossimi anni. Il cervello, i geni, l’intero sistema biologico… quali sono le condizioni scientifiche che hanno permesso a “questa” intelligenza di esistere in “questa” vita? E come il karma può aver interferito nello sviluppo dell’intelligenza? Ci troviamo su di un terreno molto sottile. E io sento che gli aspetti particolari delle azioni karmiche e i loro effettivi risultati, la comprensione di come funziona tutto questo vada al di là della comprensione ordinaria.

Il rapporto tra Buddhismo e scienza e la posizione di Sua Santità il Dalai Lama a riguardo saranno il tema del prossimo incontro in diretta streaming con Piero Verni, curatore de La visione interiore

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